Quanta energia può consumare l’intelligenza artificiale prima che il sistema elettrico cominci a cedere? Quanta acqua può prelevare prima che il conflitto con l’agricoltura diventi insanabile? Chi decide dove far atterrare queste infrastrutture, e in base a quale analisi?

Sono domande che rimangono aperte in quasi tutti i paesi in cui il fenomeno è esploso. La Lombardia, approvando a maggio 2026 la prima legge regionale italiana sui data center, ha almeno provato a porle. Ma il paradosso comune alle normative che inseguono fenomeni già in corsa è questo: la legge esiste, ma parte dall’assunto che i data center siano un investimento irrinunciabile, e costruisce le sue regole attorno a questa premessa senza mai interrogare la traiettoria di crescita.


La vera questione è politica. Norme e innovazioni possono mitigare gli impatti dei data center, ma non rispondono alla domanda fondamentale: quanta infrastruttura digitale serve davvero e per quali scopi.
L’AI sta trasformando i data center in una questione territoriale. Consumi energetici, uso del suolo, risorse idriche e infrastrutture elettriche fanno dei data center un tema che riguarda sempre più comunità locali e amministrazioni pubbliche.
L’efficienza non garantisce una riduzione degli impatti. Tecnologie come il liquid cooling migliorano le prestazioni per unità di calcolo, ma la crescita della domanda rischia di annullare i benefici, secondo una dinamica simile al paradosso di Jevons.
La pianificazione arriva dopo la corsa agli investimenti. Dalla Lombardia agli Stati Uniti emerge lo stesso schema: prima si costruisce, poi si regolamenta. Il risultato è che le decisioni strategiche vengono spesso prese dal mercato prima che esista una valutazione pubblica dei costi e dei benefici.

Perché osservare il “caso lombardo”

La Lombardia è un caso di studio utile proprio perché è un caso estremo. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, l’area milanese concentra il 68% della potenza energetica nominale installata nel settore in tutta Italia, con 414 megawatt IT già attivi e l’obiettivo di superare 1 gigawatt entro il 2028. A fine 2025, le istanze di connessione elettrica nella regione avevano raggiunto 34,9 gigawatt: se tutte venissero accolte, l’estensione dei capannoni risultanti equivarrebbe al perimetro dell’intera città di Bergamo.

La norma interviene su tre fronti: suolo, acqua, energia. Premia chi costruisce in aree dismesse o degradate, raddoppia gli oneri del 100% per chi sceglie suolo agricolo e del 200% nelle zone verdi. Sul fronte idrico, vieta il prelievo da acquedotti pubblici e da acque destinate a uso potabile, un passaggio non scontato in una pianura sotto crescente stress idrico. Introduce poi un osservatorio regionale e una procedura di VIA per gli impianti sopra una certa soglia di potenza.

Secondo Michela Palestra, consigliera regionale di Patto Civico che ha seguito il processo legislativo dall’interno, il testo nasce però con un difetto di origine: “Il problema è che non c’è mai stata una messa in discussione della necessità stessa di questi insediamenti. Non abbiamo un’analisi di quanti data center servano davvero, di che caratteristiche, di che dimensioni. Non c’è traccia di un ragionamento critico in questa direzione”.

Il meccanismo degli oneri maggiorati è il nodo più contestato. “Di fronte a soggetti molto capienti, che offrono anche a piccoli Comuni milioni di euro, non è certo un aggravio economico a fare pianificazione territoriale”, spiega Palestra. “È un pedaggio, non un veto. E non è con i pedaggi che si governa la concentrazione di infrastrutture su un territorio già saturo”.

Restano fuori dalla norma la valutazione cumulativa degli impatti ambientali, le opere elettriche e le infrastrutture connesse, le distanze minime dagli abitati nonostante il problema acustico sia documentato. L’osservatorio regionale previsto raccoglierà dati a partire dall’entrata in vigore, non prima. “Eppure sappiamo già che il data center porta con sé una serie di criticità” commenta Palestra. “Iniziare a raccogliere i dati in maniera ordinata da adesso è inadeguato, considerando che in Lombardia ce ne sono già sessantasette in funzione”. E poi c’è il difetto con radice nazionale, profondo e pesante: “Non c’è una destinazione d’uso specifica, non c’è un codice ateco ad hoc che riconosca la particolarità di tali infrastrutture. Il risultato è che ci si ritrova obbligati a costruire i parcheggi perché è previsto dalla normativa del settore produttivo, anche se un data center non crea molti posti di lavoro, i parcheggi non servono”.

La grande scommessa energetica

I numeri globali descrivono una traiettoria difficile da inseguire. Nel 2025 i data center hanno consumato circa 415 TWh – l’1,5% della domanda mondiale – con una crescita del 17% sull’anno prima, sei volte il tasso dell’intera domanda elettrica globale. Secondo l’IEA, entro il 2030 quella cifra potrebbe raddoppiare arrivando a 945 TWh: tre volte il fabbisogno italiano. In Italia, i data center potrebbero coprire tra il 7% e il 13% del fabbisogno elettrico nazionale entro il 2035.

Gianluca Ruggeri, presidente di ènostra, la cooperativa italiana di energia rinnovabile, non nasconde il disagio di fronte alle forchette di previsione: “In un solo giorno mi sono arrivati due scenari con previsioni che vanno da un raddoppio a un quadruplo al 2030. Siamo in una situazione di autentico caos previsionale”.

La logica degli investimenti, spiega Ruggeri, è strutturalmente orientata al sovradimensionamento: “Il fattore tempo è fondamentale. Chi riesce a fornire un certo servizio prima degli altri ha un vantaggio competitivo. Ma questa pressione porta a previsioni costruite come se ognuno dovesse avere cinque auto, una per la spesa, una per la sera, una per le vacanze. Nessuno le ha davvero, ma le infrastrutture vengono dimensionate come se fossero tutte necessarie insieme. E anche se si realizzasse solo il 10% di quelle previsioni, avremmo davanti il più grande aumento di consumo elettrico degli ultimi quarant’anni”.

America laboratorio di proteste

Negli Stati Uniti la resistenza ha già prodotto numeri che fanno riflettere. Secondo un sondaggio Gallup del maggio 2026, il 71% degli americani si oppone alla costruzione di un data center nella propria area, contro il 42% di nove mesi prima. Oltre la metà indica i data center come prima causa dell’aumento delle bollette elettriche. Nel solo primo trimestre del 2026, almeno 20 progetti sono stati cancellati dopo opposizione locale, per oltre 41 miliardi di dollari.

Quello che sta succedendo negli Stati Uniti”, osserva Ruggeri, “è che si è formata un’opposizione dal basso capace di ottenere risultati. In alcuni casi gli investitori preferiscono spostare il progetto altrove piuttosto che affrontare mesi di conflitto territoriale. È un segnale che la pressione delle comunità funziona, almeno localmente”.

La tecnologia avanza, ma verso cosa?

In Italia e nel resto del mondo l’opposizione ai data center esiste ma non è (ancora) ben organizzata come negli Stati Uniti. La tensione tra cittadini e grandi magazzini di dati è però sempre più palpabile. E se le norme che regolano la convivenza arrancano e mostrano lacune, che ruolo gioca o potrebbe giocare lo sviluppo tecnologico? L’innovazione mitiga o alimenta la crescita?

Il raffreddamento a liquido – direct-to-chip, a immersione, o tramite unità CDU – è la risposta principale alla crescita della densità di potenza, che nel 2025 era intorno ai 120 kW per rack e si prevede raggiunga i 600 kW entro il 2027. Riduce il ricorso all’acqua evaporativa e aumenta le ore di free cooling, abbassando i consumi per unità di calcolo. Ma non riduce necessariamente il consumo totale se la capacità installata continua a crescere.

Sul recupero del calore residuo, secondo Palestra la realtà è meno brillante di quanto venga presentato. “Il calore dell’acqua dei data center è tra i 35 e i 45 gradi”, spiega la consigliera. “Non se ne fa niente per il riscaldamento se non lo si riscalda artificialmente prima di reimmetterlo in un circuito. Quando si parla di recupero del calore bisogna sempre chiedersi: a quale costo energetico aggiuntivo? Il risparmio netto è molto meno importante di quanto sembri nelle presentazioni”.

La domanda di fondo rimane aperta: le tecnologie di mitigazione abbassano l’impatto assoluto, o consentono di costruire impianti più grandi senza ridurre la pressione complessiva? È il paradosso di Jevons applicato all’infrastruttura digitale. E a monte, come nota Ruggeri, c’è una scelta che nessuna istituzione sta ancora facendo: “L’ai può essere usata per diagnosi oncologiche precoci o per interpretare meglio i modelli climatici. Ma anche per fare video divertenti o altro. Come e chi decide quando ha senso e vale la pena utilizzarla? Al momento lo decide il mercato, e il mercato non fa distinzioni di obiettivi, valori e priorità se non di profitto”.

Chi governa, chi decide, chi paga

Letta nel quadro globale, la legge lombarda continua a essere un passo reale in un vuoto normativo ancora largamente irrisolto. E il perimetro di questo passo è stretto rispetto alla scala del problema. Sul piano europeo, una clausola inserita in una direttiva del 2024 consente ai data center di non rendere pubblici i propri consumi energetici: solo il 36% di quelli obbligati alla disclosure ha effettivamente pubblicato i dati.

In Italia non abbiamo mai avuto una vera pianificazione su questo tipo di infrastrutture”, dice Ruggeri. “È successo con i centri commerciali, che adesso chiudono lasciando vuoti enormi. È successo con la logistica. Ogni volta si è partiti dall’idea che l’investimento fosse irrinunciabile, e si è regolato dopo. Qui l’aggravante è che ai consumi di suolo si aggiungono quelli energetici e idrici, in una misura senza precedenti”.

Ci sono domande che continuano a restare senza risposta e il reale problema è che spesso non le si sta nemmeno cercando. Quanti data center servono davvero? Di quale tipo? Dove e per cosa? Mentre regole e tecnologie arrancano nel provare a limitarne gli effetti, chi sta decidendo e chi dovrebbe decidere quali applicazioni meritano davvero quel costo collettivo?

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