La nuova norma europea di riferimento per la progettazione strutturale in zona sismica introduce l’approccio della sostenibilità integrata e la mitigazione dei rischi con una quantificazione concreta delle probabilità di danni sismici
articolo a cura di Marta Abbà e Lorenza Bisbano
Eurocodice 8: la seconda generazione di questa “norma europea di riferimento per la progettazione strutturale in zona sismica” sta arrivando. Nome in codice, EC8-2G, obiettivo: far evolvere il modo in cui i terremoti vengono affrontati, non solo da chi è chiamato a progettare ma anche da chi è chiamato semplicemente ad abitare e frequentare le infrastrutture che sorgono su un certo territorio, pubbliche o private che siano.
Nonostante la sua apparenza burocratica e da “riservata agli esperti”, questa novità contiene due importanti passi avanti potenzialmente ad alto impatto umano. Molto dipende da come gli esperti sapranno far leva sulla novità teorica per innovare nella pratica, ma anche da quanto noi tutti diventeremo consapevoli della sua importanza. Nonostante la terra abbia recentemente tremato spesso, continuiamo a mettere la testa sotto la sabbia.
Takeaway
Ambiente e dati i pilastri di Eurocodice 8
Tra le principali novità contenute nel nuovo Eurocodice 8, spiccano la sostenibilità e la quantificazione del rischio. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’UE ha deciso di integrare in modo più esplicito e fermo la necessità di prestare maggiore attenzione all’ambiente. Una svolta, visto che finora molto spesso accadeva il contrario: si usava la “leva sismica” per bypassare le raccomandazioni per minimizzare le emissioni del settore edilizio.
“Il connubio tra sostenibilità e sicurezza strutturale è comparso solo negli ultimi 5 o 6 anni – spiega Rui Pinho, presidente della Fondazione Eucentre – si cominciano ora a vedere progettualità concepite in un’ottica di ottimizzazione: vogliamo sprecare meno, utilizzare di più materiali a bassa impronta ambientale come il legno, usare dispositivi antisismici per limitare i danni, impiegare tecniche costruttive che consentano il riciclaggio dei componenti strutturali”.
L’altra novità dell’Eurocodice 8 è maggiormente legata alla digitalizzazione e al mondo dei dati. Riguarda infatti la necessità e la voglia di tradurre il concetto di rischio sismico in numeri. Un modo per renderlo più concreto e per farlo percepire reale anche a chi pensa sarà sempre un problema degli altri, mai inerente al proprio territorio.
La sfida del rischio zero
“Nella precedente formulazione del codice, al progettista non venivano forniti gli strumenti per stimare esplicitamente la probabilità che la struttura potesse subire danni severi se soggetta all’azione sismica – racconta Pinho, – nell’Eurocodice 8 di seconda generazione lo può fare, anche eventualmente assieme al committente, e questa novità è rivoluzionaria”.
Secondo Pinho, la norma potrebbe innescare riflessioni sostanziali anche all’interno della società, in un momento storico ricco di scosse sia sismiche che geopolitiche. “Oggi le persone chiedono sempre più spesso di conoscere il rischio associato ad un determinato fenomeno e vuole averne la gestione diretta – aggiunge – per i singoli cittadini, come per la PA locale, un dato che dia la dimensione del rischio è una leva importante, sia verso un’assicurazione che un’impresa o una istituzione”.
Secondo Pinho la sensibilità comune è cambiata e sta ancora cambiando, e “le informazioni finora considerate inutili, anzi quasi inopportune, oggi sono le prime ad essere richieste da portatori di interesse, proprietari e gestori: il rischio sta diventando un parametro sempre più importante in tutto il processo di progettazione strutturale e di gestione di strutture e infrastrutture”.
In questa evoluzione positiva verso un approccio ai terremoti data-driven, Pinho sottolinea la difficoltà da parte degli esperti di trasmettere il concetto che “il rischio zero di fatto non esiste, soprattutto in un territorio come il nostro”.
Una società antisismica dalle fondamenta
Oltre a “soffrire” di scosse sismiche, l’Italia ha anche una sua innata vulnerabilità dovuta alla ingente quantità di edifici e strutture antiche. “Il nostro patrimonio storico e artistico è fortemente vulnerabile – osserva Pinho, – sicuramente aver incluso il concetto di rischio sismico esplicitamente in futuro ci aiuterà”.
L’evoluzione delle normative tecniche e della sicurezza del patrimonio edilizio riguardano potenzialmente tutto il panorama europeo – chi con meno chi con più probabilità – e tutti coloro che vi interagiscono in qualche modo: ingegneri, progettisti, amministratori, imprese e futuri tali. Perché le promesse contenute nel codice diventino realtà, una delle sfide più importanti da vincere è quella della formazione. Per esempio, spingendo sulle collaborazioni tra discipline come architettura, ingegneria strutturale e ingegneria meccanica, ma includendo sempre di più esperti di sostenibilità ambientale e di informatica, “perché gli edifici sono sempre più intelligenti anche la parte strutturale lo sta man mano diventando” conclude Pinho.
Nuove tecnologie, nuovi saperi
L’innovazione tecnologica, impossibile da ignorare anche in questo settore, si sta manifestando in diverse forme. “Per ridurre il rischio sismico si possono introdurre nuove tecniche costruttive, nuovi materiali e nuovi dispositivi, questa norma li regola e facilita chi vuole adottarli”, racconta Alberto Pavese, docente all’Università di Pavia. Tra queste soluzioni cita i sistemi per l’isolamento sismico e quelli per lo smorzamento, mirati a sottrarre l’energia trasmessa dal terremoto, preservando gli elementi strutturali o limitando i possibili danni. E poi i digital twin e gli strumenti di intelligenza artificiale, basati su algoritmi di apprendimento automatico, considerati da Pavese come potenti assistenti del processo di progettazione e di gestione dell’intero ciclo di vita della struttura. “Si sono evoluti moltissimo e sono entrati nel quotidiano aumentando la capacità di gestione della progettazione e il livello di competenza”, spiega.
Ripercorrendo il suo percorso professionale, ricorda poi che “il grande salto a livello culturale nel mondo della progettazione si è verificato a partire dai primi 10 anni del 2000, con l’introduzione a livello normativo di una visione di sicurezza e riduzione del rischio di tipo probabilistico che riflette meglio la realtà fisica e le incertezze”. Oggi l’intelligenza artificiale aumenta le capacità e le velocità di calcolo e le mette a disposizione di tutti – costo dei software permettendo – ma introduce tra i professionisti del rischio sismico una potenziale criticità: la tentazione di affidare a questi sistemi non solo il calcolo ma anche decisioni sulle strategie di progettazione. “Anche se gli strumenti che danno risposte non mancano, è necessario essere consapevoli che possono basarsi su dati non verificati, parziali o imprecisi – spiega Pavese, – alcune ipotesi fatte dall’algoritmo non sono le ipotesi che farebbe il progettista. Il ragionamento umano è ancora necessario. L’AI andrebbe usata in ambiti che conosciamo bene, altrimenti come in molti altri settori, anche nel nostro il rischio di prendere delle grosse cantonate è alto”.