Tariffe selvagge, poche certezze e poche associazioni di categoria dedicate: in gran parte d’Europa i freelance lottano per restare giornalisti. La loro scomparsa o arresa potrebbe impattare sulla qualità dell’informazione, lasciando i media in balia delle strategie commerciali dettate dai loro investitori
Servizio a cura di Marta Abbà, in collaborazione con Francesca Barca
“È un settore in cui prevalgono bianchi con un’istruzione universitaria provenienti da famiglie di classe medio alta” in Repubblica Ceca, mentre in Bulgaria “non è un lavoro né stabile, né ben pagato e la bassa retribuzione, unita alla mancanza di sindacati, impatta notevolmente sul senso di insicurezza dei professionisti indipendenti”. In Albania “è un ambito accessibile solo a coloro che hanno reddito aggiuntivo o supporto finanziario dalla famiglia”. In Croazia “non è nemmeno visto come una professione prestigiosa” e nemmeno in Polonia, “ma se vuoi sceglierla devi essere determinato, soprattutto all’inizio della carriera”.
“Il mestiere” è il giornalismo e queste sono le voci di alcuni freelance che ne descrivono lo stato nei propri Paesi. L’Italia è esclusa, non perché i loro colleghi se la cavino bene in questo Paese, ma perché l’intento di questo reportage è provare a guardare da fuori cosa accade in altre aree, indignarsi e poi riconoscersi identici. Dopo di ché, senza troppo aspettare che il sistema dei media nazionale o europeo si faccia scalfire da tutto ciò, i freelance potrebbero continuare a lottare per i propri diritti con una sola voce, come suggerisce Anna*, giornalista indipendente dalla Polonia “Diamo voce a chi non ce l’ha, ma ci dimentichiamo di noi stessi”.
Takeaway
Una scelta che costa, ma chi paga?
Malgrado il giornalismo non sia (più) un mestiere che si sceglie per soldi, è fondamentale approfondire fino a che punto non permette di guadagnarne. Sotto a un certo livello di remunerazione, infatti, la fragilità economica di chi ci si dedica può impattare sulla sua qualità di vita e anche su quella generale dell’informazione, se ad essere malato è l’intero sistema.
Le tariffe medie che i freelance dei 5 Paesi analizzati si posizionano tra i 40 e 250 euro, poco importa se si tratta di un articolo scritto a tavolino o di un reportage, di una tripla intervista o di un’inchiesta. La diffusa mancanza di tariffari trasparenti e condivisi e la mancanza di regole in merito, lascia tutto in mano al singolo professionista. Lei o lui, come soggetto singolo e senza alcuna certezza contrattuale in mano, deve ogni volta contrattare con il suo referente e farsi i conti in tasca per decidere “se è meglio pubblicare anche se sottopagati, o conservare la propria dignità ma non comparire da nessuna parte” spiega Martin*, giornalista specializzato in dinamiche migratorie e diritti umani attualmente residente in Repubblica Ceca.
Le ragioni per cui spesso si accetta un pagamento indecente sono tante, e chi li propone le conosce tutte. I più giovani lo fanno “perché non otterremmo incarichi internazionali senza esperienze precedenti”, come spiega la Vesela*, freelance bulgara specializzata in data journalism. I più senior “perché questo è il lavoro che faccio da sempre ed è ciò che so fare. Non ho altre opzioni”. Tutti però confessano che si piegano a tariffe misere molto spesso perché “desidero che un certo argomento venga portato alla luce e venga data voce a chi non è generalmente rappresentato sui media” spiega Martin. In queste tre voci risuonano anche le altre motivazioni raccolte e tutti dichiarano che a fare il freelance “puro” sono davvero in pochi. Tutti gli altri che fanno?
Le tante vite dei giornalisti freelance
Qualcuno fa altro, a volte all’interno dello stesso settore, altre no. La giornalista croata Miteva* è freelance da 16 anni e vive esclusivamente con ciò che guadagna nel mondo dei media. “Non ho altre fonti di reddito e nessun altro contribuisce alle mie spese di vita – racconta – ma faccio vari tipi di lavoro all’interno: scrivo, produco documentari audio, tengo lezioni in una facoltà di giornalismo e conduco programmi di educazione mediatica, collaboro con team giornalistici internazionali e con scienziati, artisti, attivisti, organizzazioni internazionali…. Se scrivessi solo, sarebbe difficile guadagnarsi da vivere”.
L’esperienza di Martin*, mostra però che ci sono anche freelance che preferiscono arrotondare con lavori saltuari più manuali, “per conservare la concentrazione per quando scrivo – spiega – per esempio alcuni me compreso fanno i camerieri in ristoranti e bar, o gli addetti al front desk in ostelli e hotel, ma c’è anche chi fa lo chef o persino il musicista”.
A seconda delle opportunità e delle proprie attitudini ci si ri-inventa e se non lo si fa in prima persona, lo si può lasciar fare ai media che propongono salari “fissi” mensili ma non contrattualizzati. In tal modo si resta freelance – con tutta l’incertezza e l’assenza di benefici assicurati da un contratto – ma si è trattati al pari dei dipendenti. Riunioni, scadenze, disponibilità, turni… un “come se” che tutti vedono e nessuno smaschera, chi per convenienza chi per non perdere definitivamente la possibilità di fare giornalismo. In Bulgaria Vesela* segnala anche una variante a questo diffuso schema: “alcune testate offrono il contratto di diritto d’autore, pagando una somma forfettaria per ogni singolo articolo – racconta – ma senza sia stabilita alcuna relazione formale come in un contratto di lavoro e non contribuisce a un fondo pensioni o sanitario”.
Misere paghe, misera stampa?
Emilia Milcheva, giornalista bulgara con 30 anni di esperienza in diversi quotidiani nazionali anche come caporedattrice, da cinque anni lavora come freelance e conferma la totale assenza di “canali consolidati per finanziare indagini indipendenti o reportage sul campo”, ma non solo. “Le organizzazioni mediatiche raramente si sentono obbligate a rendere pubbliche le loro politiche editoriali – aggiunge Milcheva – e i giornalisti devono spesso conformarsi ai contratti pubblicitari e agli interessi privati dei proprietari, entrambi fattori strettamente collegati alle politiche editoriali”.
Ampliando lo sguardo, oltre alla situazione della categoria, quello che emerge dal quadro tracciato con l’aiuto di chi vi appartiene è una forte preoccupazione per il futuro del giornalismo. Di chi lo legge, oltre che di chi lo fa, e della società che ne risulta conseguenza. C’è chi spera si tratti solo di un brutto periodo, come Vesela*, che spera di assistere a breve a una “democratizzazione della creazione di contenuti”, ma sa che quello del freelance “sarà sempre un tipo di lavoro pericoloso e strettamente dipendente da come i direttori e le persone in posizioni di potere nelle aziende media rispetteranno chi è nella nostra posizione”. Più pessimista, in Polonia Anna* si vede minacciata dall’intelligenza artificiale e prevede che “le tariffe per quelli che resteranno, saranno più basse – spiega – i media indipendenti saranno sostituiti da canali commerciali su TikTok e Instagram e, senza uno stipendio fisso e un contratto, sarà difficile sopravvivere”. In Albania Joni* nota un crescente interesse da parte di piattaforme internazionali e/o indipendenti ed è convinto che “la situazione può solo migliorare, ma il futuro resta incerto e minaccia il pluralismo e la qualità dell’informazione”.
Anche Martin* vede nero nel futuro del giornalismo ma spera nascano organizzazioni dedicate ai giornalisti freelance in ogni città o in ogni paese: “aiuterebbe a regolare gli standard di pagamento, l’importanza del lavoro e il rispetto per i contributi”. Dalla Croazia Miteva* suggerisce di inserire i freelancer nel sistema dei lavoratori pubblici, “dandogli uno status simile agli artisti indipendenti – spiega – nel mio Paese, quelli che soddisfano alcuni criteri prestabiliti ricevono i contributi sanitari e pensionistici dallo Stato. Invece, il giornalismo non è riconosciuto come bene pubblico”.
Tra paure latenti e idee di soluzioni, il bisogno di base condiviso da tutti i freelance resta sempre lo stesso: tariffe trasparenti e standardizzate, o un analogo modo per essere regolarmente pagati. Non per diventare dei giornalisti ricchi, ma semplicemente per continuare a esserlo.
*NOTA DELLA DIRETTRICE: per proteggere l’anonimato e tutelare la privacy di chi ha voluto raccontare la propria esperienza senza volersi esporre pubblicamente, i nomi riportati nell’articolo sono stati inventati.
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito dei Thematic Network di PULSE, un’iniziativa europea a sostegno delle collaborazioni giornalistiche transfrontaliere.
Hanno collaborato: Francesca Barca (Voxeurop), Dina Daskalopoulou (Efysn, Grecia), Krassen Nikolov (Mediapool, Bulgaria) e Petra Dvořáková (Deník Referendum, Repubblica Ceca).
