L’Eurobarometro ha raccolto le voci dei cittadini europei tra i 16 e i 30 anni, chiedendo loro paure, speranze e modalità di informazione. Vale davvero il principio “shit in, shit out”? Prima di darlo per scontato, conviene ascoltarli. I giovani di Bulgaria, Romania, Italia e Grecia offrono quattro esempi diversi, che smentiscono la regola con le loro eccezioni.
In Grecia e Romania i giovani guardano con preoccupazione alla situazione economica, in Bulgaria all’accesso alla sanità, in Italia al cambiamento climatico. Nei Paesi dell’Est prevale un atteggiamento di fiducia verso l’Unione Europea, mentre nei Paesi mediterranei si afferma piuttosto uno scetticismo prudente: un “sì all’Europa, ma non così com’è oggi”. È questa la fotografia che emerge dall’ultima Young Survey condotta dall’Eurobarometro.
Sono tanti, i giovani europei, anche se in diminuzione, e soprattutto sono diversi. Appartengono alle generazioni digitali, cresciute con le notizie trovate sul web e sui social media, che hanno contribuito a plasmare il loro immaginario e le loro opinioni. In questo ecosistema mediatico i social occupano un posto centrale, pur con differenze da Paese a Paese: c’è chi si informa soprattutto su YouTube e Facebook, chi su Instagram e TikTok. Un tratto comune però sembra emergere: più si frequentano queste piattaforme, maggiore è la percezione di essere esposti alla disinformazione.
Ma la domanda resta aperta: si tratta di una semplice correlazione o di una vera e propria relazione causale? Per capirlo non basta un sondaggio a crocette: occorre ascoltare i giovani, dialogare con loro, entrare nei contesti in cui si formano le loro visioni del mondo.
Takeaway
Cosmopolita o rurale: due Bulgaria in una
I giovani bulgari sotto i 30 anni mostrano un quadro complesso e contraddittorio. Preoccupati soprattutto per il welfare e molto meno per il cambiamento climatico, quasi la metà di loro guarda all’Unione Europea con scetticismo, pur mantenendo una disponibilità a rivedere la propria posizione qualora l’istituzione cambiasse modalità di funzionamento. La quota di oppositori radicali resta comunque contenuta: 4%, inferiore alla media europea del 6%. Diffusa è invece la consapevolezza di essere esposti alla disinformazione: oltre la metà degli intervistati dichiara di percepirla spesso o molto spesso, con un’incidenza superiore di otto punti percentuali rispetto alla media europea.
L’Eurobarometro restituisce inoltre l’immagine di una generazione che si allontana progressivamente dalla televisione, preferendo piattaforme come YouTube e Facebook anche per informarsi. “L’accelerazione digitale ha democratizzato l’accesso all’informazione ma ha anche ridotto il pensiero critico e la presenza umana”, osserva Mirela Petkova, giornalista di Factcheck.bg, iniziativa che coinvolge giovani reporter per contrastare la disinformazione con la stessa rapidità con cui circola online.
Ventisettenne, a cavallo tra i millennial e la Generazione Z, Petkova racconta di sentirsi parte dell’ultima fascia anagrafica in grado di ricordare i telefoni fissi e i cicli di notizie più lenti, capace quindi di apprezzare tanto l’immediatezza digitale quanto la riflessività dei media tradizionali. Parallelamente, la sua esperienza da fotografa documentarista le ha rafforzato l’idea della lentezza come valore professionale: “uno strumento essenziale per raccontare storie, specialmente quelle nascoste nei contesti rurali”.
E proprio il dualismo urbano-rurale rappresenta uno degli aspetti più critici. “C’è un abisso tra i giovani di città e quelli che vivono altrove: i primi hanno accesso a migliori opportunità educative, i secondi sono spesso sotto pressione economica e molto più ancorati al contesto locale. Sono coetanei, ma vivono a due velocità completamente diverse”, sottolinea Petkova.
In questo scenario di contrasti, la tecnologia appare come un’arma a doppio taglio: capace di colmare i divari, ma anche di ampliarli; potenziante e alienante allo stesso tempo. All’interno del giornalismo giovanile, tuttavia, emergono esperienze innovative che sperimentano nuovi linguaggi e formati. Tra queste, sCOOL Media e Teen Station, entrambe guidate da scuole superiori, rappresentano esempi di buona informazione online. Knigovište si distingue invece per la capacità di parlare ai bambini di temi complessi con un linguaggio serio ma accessibile. A queste iniziative si affiancano progetti più sperimentali, come il video-podcast Dneven Red e diverse forme di giornalismo interattivo, particolarmente apprezzato dagli under 20.
Secondo Petkova, lo spazio per l’innovazione esiste e si crea, anche grazie alle iniziative di giornalismo transfrontaliero e al sostegno di colleghi più esperti che assumono un ruolo di mentori. È in questo terreno di contaminazione che il giornalismo giovanile bulgaro prova a coniugare il bisogno di rapidità digitale con la riscoperta del valore della lentezza.
La Romania speranzosa e creativa
Come in Bulgaria, anche in Romania i giovani si informano principalmente attraverso Facebook e YouTube. Tuttavia, l’esposizione a questi canali non sembra generare in loro la stessa percezione diffusa di vulnerabilità alla disinformazione: le preoccupazioni riguardano piuttosto la condizione economica e lavorativa presente e futura, la necessità di politiche di welfare più solide e la speranza di una soluzione alla crisi abitativa. Nonostante queste difficoltà, gli under 30 rumeni mostrano una fiducia relativamente alta nelle istituzioni europee: solo il 2% si dichiara completamente contrario all’Unione, una percentuale inferiore rispetto a molti altri Paesi membri.
Secondo Andra Mureșan, giornalista ventottenne specializzata in violenza di genere, le differenze tra Generazione Z e millennials sono meno nette di quanto spesso si racconti. “Sono più simili di quanto appaiano: affrontano problemi e opportunità comparabili”, spiega. Le divergenze più significative emergono piuttosto tra i giovani urbani, soprattutto quelli di Bucarest, coloro che vivono nelle aree rurali e le comunità della diaspora. Un triplice fronte che riflette anche la crescente polarizzazione politica: i primi tendono a sostenere cause progressiste, mentre gli altri si avvicinano ai movimenti sovranisti, come quello guidato da Călin Georgescu.
All’interno di questo scenario frammentato, diversi attori tentano di raggiungere i giovani con linguaggi e strumenti diversificati. Tra gli influencer più seguiti figurano Vlad Adamescu e Răzvan Petri su Instagram, e Silviu Faiar su Twitch e YouTube. Accanto a loro operano organizzazioni non governative come il Center Filia (sui diritti di genere), Funky Citizens (sull’impegno civico) e Romania Palestine Solidarity (sui diritti umani), che sperimentano modalità di comunicazione pensate per intercettare un pubblico giovanile sempre più attento e segmentato.
Un ruolo cruciale lo ricoprono anche i media nati specificamente per i giovani, che provano a ritagliarsi spazio con formati originali e approcci innovativi in un panorama ancora dominato dalle testate tradizionali. Scena9 si distingue per il suo stile fresco e pop; Residența9 per la copertura culturale ed eventi; Fundația9 per la capacità di intrecciare media e iniziative culturali; Approccio per i suoi lunghi articoli arricchiti da illustrazioni dal forte impatto visivo. Parallelamente, si afferma la categoria dei media “social media first”, rappresentata da realtà come Gen Știri e Știri Bazate, che sfruttano reel e caroselli per diffondere notizie concise e facilmente fruibili.
La creatività, dunque, non manca. Il problema, osserva Mureșan, è strutturale e riguarda le risorse: “Molti di questi progetti si basano sul lavoro volontario e così finiscono per replicare le stesse criticità dell’industria mainstream. L’unico modo per avere successo è guadagnarsi la fiducia del pubblico e riuscire a sopravvivere combinando sovvenzioni, donazioni e finanziamenti esterni”.
L’Italia: una repubblica fondata sul volontariato informativo
Rispetto ai contesti osservati nell’Europa orientale, l’Italia presenta caratteristiche sensibilmente diverse. Qui i giovani dichiarano una forte preoccupazione per il cambiamento climatico e per le difficoltà occupazionali, mentre il costo della vita appare un tema secondario. Nei confronti dell’Unione Europea prevale uno scetticismo ambivalente, fatto di sostegno condizionato e di riserve verso il suo attuale funzionamento. A differenza di altri Paesi, gli under 30 italiani non percepiscono la disinformazione come una minaccia prioritaria e continuano a fare ampio affidamento sulla televisione (52% contro una media europea del 37%). Quando si rivolgono ai social media, privilegiano Instagram rispetto a YouTube, utilizzandolo anche per cercare notizie affidabili e spiegate in modo chiaro.
Non sorprende, dunque, che proprio Instagram sia diventato il terreno privilegiato per progetti di informazione nativi destinati ai più giovani. Will Media e Factanza sono ormai realtà consolidate, mentre la new entry Torcha si è rapidamente affermata con una redazione composta da ventenni e trentenni, capace di alternare formati brevi e lunghi, infografiche, video e “stories” in grado di intercettare linguaggi e tempi della piattaforma.
Al di fuori dell’universo “Instagram-first”, il panorama giovanile italiano si caratterizza per esperimenti mediatici spesso altrettanto vivaci ma fondati quasi esclusivamente sul lavoro volontario. È il caso dell’Agenzia di Stampa Giovanile, creata dall’associazione Viração&Jangada, che difende la propria indipendenza puntando sull’educomunicazione. La maggior parte dei collaboratori – italiani e stranieri – lavora su base volontaria, coprendo notizie globali con uno sguardo aperto e multilingue. “Partiamo dal presupposto che ogni atto di informazione è un atto di educazione, è un atto politico”, spiega Viola Ducati, giovane giornalista della redazione. “Le storie vengono scelte in base ai valori del progetto e si offre mentoring gratuito a chi è agli inizi. Questo ci consente di restare fuori dalle logiche di espansione del settore e di difendere una linea editoriale ampia e di qualità”. Una scelta che garantisce originalità e riconoscibilità, pur rendendo talvolta difficile il posizionamento presso il pubblico.
Sempre sostenuto da contributi volontari è DueGradi, un progetto non registrato come testata ma ormai punto di riferimento per chi cerca informazione su clima e ambiente. I contenuti si distinguono per un equilibrio tra rigore scientifico e accessibilità, con un livello di approfondimento “quanto basta” per mantenere l’interesse senza scoraggiare lettori meno specializzati. La chiarezza della linea editoriale rappresenta un punto di forza in termini di identità, ma può costituire un limite nel raggiungere target meno sensibili al tema ambientale.
Ducati, che collabora con entrambi i progetti, sottolinea come la sfida sia oggi quella di andare oltre la dimensione virtuale. “Esiste un crescente bisogno di ‘bucare la bolla’ e costruire fiducia. Come giornalisti, dobbiamo anche essere persone reali. Tra i giovani c’è un grande bisogno di creare e nutrire connessioni”. Da qui l’interesse a rafforzare la divulgazione online con eventi, attività educative e iniziative che consentano un contatto diretto con i lettori.
In questo panorama, l’Italia appare dunque come un laboratorio di sperimentazioni mediatiche in cui volontariato, impegno civile e innovazione si intrecciano, offrendo soluzioni originali ma al tempo stesso esposte a fragilità strutturali che richiamano da vicino le difficoltà dell’industria giornalistica tradizionale.
La Grecia in bilico, terreno fertile per l’estrema destra
Le soluzioni sperimentate in Italia potrebbero trovare applicazione anche in Grecia? Il contesto appare ancora più complesso. Qui i giovani si dichiarano più scettici nei confronti dell’Unione Europea (cinque punti percentuali in più rispetto alla media europea), ma allo stesso tempo vantano un alto tasso di partecipazione al voto: +14 punti percentuali rispetto ai coetanei di altri Paesi. Tale combinazione, solo in apparenza contraddittoria, si spiega con il peso delle crisi economiche degli ultimi anni che ha lasciato ferite profonde, e con l’attesa che l’UE sappia mitigarne progressivamente gli effetti. Resta tuttavia un diffuso senso critico: per il 32% degli intervistati Bruxelles potrebbe e dovrebbe fare di più.
Tra aspettative e disillusioni, i giovani greci si informano prevalentemente attraverso i social network, Instagram, YouTube e TikTok, relegando in secondo piano la televisione e la stampa, anche nella loro versione digitale. È in questo spazio che proliferano influencer di vario orientamento, compresi quelli legati all’estrema destra, capaci di sfruttare linguaggi rapidi e accattivanti.
A bilanciare questa dinamica emergono esperienze di giornalismo giovanile indipendente, come FYI, nato con l’obiettivo di colmare il vuoto di media capaci di parlare efficacemente alla Generazione Z e ai Millennials. Attraverso caroselli Instagram dal design curato e testi brevi, FYI riesce a condensare concetti complessi in un formato accessibile, conquistando anche chi dispone di poco tempo o predilige contenuti visivi. È proprio su queste fasce di pubblico – le più esposte alla disinformazione – che i giovani giornalisti provano a incidere, impegnandosi nel fact-checking, rivendicando indipendenza editoriale e puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità delle notizie.
Il terreno si fa particolarmente insidioso quando si tratta di raccontare l’Unione Europea. “Coprire questo tema per i giornalisti è sempre più impegnativo”, osserva Antonis Kalogeropoulos, ricercatore presso il Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford. “Devono navigare un sistema istituzionale complesso, frammentato in molte lingue, e tradurlo in storie comprensibili e coinvolgenti per il pubblico”.
L’analisi sulla Grecia risuona con quanto osservato negli altri Paesi europei presi in esame: risorse economiche limitate, concorrenza di influencer non sempre eticamente trasparenti, e una realtà politica e sociale in costante e imprevedibile trasformazione. Le redazioni giovanili rispondono con creatività, professionalità e determinazione, ma resta da capire se queste qualità basteranno a fronteggiare la sfida. La risposta arriverà forse dal prossimo voto under 30 alle elezioni europee, banco di prova del rapporto tra giovani, informazione e futuro dell’Unione.
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito dei Thematic Network di PULSE, un’iniziativa europea a sostegno delle collaborazioni giornalistiche transfrontaliere. Hanno collaborato Alice Facchini, Odysseas Grammatikakis, Vladimir Mitev.