Partendo dall’app Hiryo, la startupper egiziana Salma Medhat vuole rivoluzionare la sicurezza personale nella regione MENA mettendo al centro i legami di fiducia. Il suo approccio apre interrogativi più ampi sul rapporto tra cittadini, istituzioni e tecnologia.
“Il mio obiettivo è costruire il primo ecosistema di sicurezza personale completo nella regione MENA, con hardware, app e dispositivi SOS propri, tutti integrati”. Salma Medhat, CEO di Hiryo, lo dice con determinazione mentre osserva il traffico del Cairo dal bar dove l’abbiamo incontrata. La sua startup integra software, dispositivi fisici e servizi di emergenza, adattandoli alle caratteristiche culturali delle società del Medio Oriente e Nord Africa. Ma al di là del prodotto in sé, Hiryo evidenzia un interrogativo che sempre più profondamente segna le società: come si ridisegna la sicurezza quando le soluzioni tecnologiche private rispondono a bisogni che tradizionalmente appartenevano alla sfera pubblica?
Take away
La fiducia come scelta progettuale
Hiryo è un’app pluripremiata, disponibile anche su App Store, che crea un sistema di connessione continua con il proprio circolo di fiducia. “Ciascuno decide chi ne fa parte – racconta Medhat – io, per esempio, ricevo notifiche quando i miei fratelli più giovani arrivano al club sportivo o a scuola, e quando mio marito arriva al lavoro”. In caso di violenza di genere, incidente stradale o emergenza medica, l’app avvisa immediatamente tutti i membri del proprio circolo e connette l’utente con i servizi di emergenza locali.
Poi c’è Fly, il primo dispositivo di autodifesa legale nella regione MENA. “È uno strumento fisico personale progettato per emettere un allarme sonoro che scoraggi le violenze e attiri l’attenzione – spiega Medhat – in Europa e negli Stati Uniti non è una novità, ma nella nostra regione sì. Ora vogliamo integrarlo nell’applicazione Hiryo perché possa anche inviare notifiche e posizione della vittima in tempo reale”.
La scelta progettuale più significativa riguarda chi viene allertato per primo. “Abbiamo scelto di partire da questo concetto di fiducia personalizzabile dopo aver chiesto ai potenziali utenti chi avrebbero voluto chiamare in caso di violenze o molestie – racconta la startupper – nessuno ha menzionato la polizia. Tanti hanno risposto i genitori, i fratelli, i compagni. Siamo rimasti sorpresi, e abbiamo capito che non potevamo non tenere conto di questo trend”.
Questa scelta di design è sintomatica di una realtà documentata: secondo il World Values Survey, la fiducia nelle forze dell’ordine varia drasticamente tra regioni, con livelli significativamente più bassi in diverse aree MENA rispetto a Nord Europa o Nord America. Hiryo non sta semplicemente rispondendo a una preferenza di mercato, ma intercettando una configurazione specifica del rapporto tra cittadini e istituzioni. La domanda che emerge è: quando la tecnologia codifica modelli alternativi di risposta all’emergenza, che tipo di relazione sta contribuendo a consolidare? E quali altre configurazioni potrebbero esistere in contesti diversi?
I confini del modello comunitario
Secondo Medhat, il potenziale di efficacia del “Circolo” è “molto collegato al contesto culturale, perché in molte culture della regione MENA, del continente africano e del Medio Oriente, la famiglia e la comunità rappresentano la prima linea di difesa, più delle istituzioni”. Nonostante l’app sia già utilizzata anche in Europa, Stati Uniti e Asia, il team ha preferito concentrarsi solo sull’Egitto per creare attorno a Hiryo un ecosistema localizzato che rispecchiasse questa caratteristica. “In ogni Paese in cui andremo, effettueremo la stessa personalizzazione. Sarà ciò che renderà il nostro servizio unico”.
Questa contestualizzazione culturale solleva interrogativi sistemici. In contesti dove la violenza domestica rappresenta una delle principali minacce per le donne (l’OMS stima che globalmente una donna su tre subisce violenza fisica o sessuale da partner intimi), cosa significa progettare sicurezza attorno al nucleo familiare? Quali forme di protezione emergono per chi vive isolamento sociale, per chi appartiene a comunità marginalizzate, per chi si trova in situazioni dove proprio la cerchia di prossimità rappresenta la minaccia? Un modello basato sulla rete presuppone l’esistenza di quella rete: ma quando manca, quali alternative sistemiche esistono o potrebbero essere immaginate?
C’è poi la questione di come le piattaforme tecnologiche si posizionano rispetto alle istituzioni. Quando una soluzione privata sostituisce funzionalmente un servizio pubblico, si limita a rispondere a un’esigenza esistente o sta anche ridefinendo le aspettative su chi debba garantire cosa? Ogni utente che sceglie sistematicamente una rete personale invece delle autorità contribuisce a un processo collettivo: ma quale direzione sta prendendo quel processo, e verso quale configurazione sociale ci sta portando?
Sicurezza privata, architettura sociale
L’ambizione di Medhat di creare un “ecosistema completo” di sicurezza personale pone domande sulla trasformazione di funzioni tradizionalmente pubbliche. Quando la sicurezza diventa un servizio tecnologico – per quanto accessibile – emerge una stratificazione: livelli diversi di protezione corrispondono a diverse capacità di accesso a dispositivi, connettività, reti sociali funzionanti. Questo non caratterizza Hiryo in particolare, ma solleva un interrogativo più generale: cosa succede ai sistemi di welfare e protezione quando funzioni che consideriamo diritti iniziano a essere fornite prevalentemente dal mercato tecnologico? E come cambia la definizione stessa di “sicurezza” quando passa da responsabilità collettiva a servizio personalizzato?
Il monitoraggio costante della posizione, pur consensuale e mediato da relazioni di fiducia, introduce forme di trasparenza continua che in altri contesti avrebbero nomi diversi. Stiamo assistendo a uno spostamento nelle soglie di privacy che consideriamo accettabili in cambio di sicurezza percepita? E questo processo, amplificato da piattaforme in diverse aree geografiche, sta generando nuove aspettative culturali su autonomia, riservatezza e controllo reciproco che vanno oltre l’ambito della sicurezza personale?
La traiettoria di Hiryo è interessante perché rende esplicito ciò che altre piattaforme gestiscono implicitamente: il design tecnologico incorpora sempre assunzioni su fiducia, autorità e relazioni di potere. Ogni scelta progettuale – chi allertare, come escalare un’emergenza, quali dati raccogliere – traduce in codice una specifica configurazione sociale. La domanda non è se queste scelte siano giuste o sbagliate, ma quali mondi rendono possibili e quali escludono.
Innovazione di frontiera, barriere di genere
Osservando il traffico della capitale egiziana, Medhat guarda avanti ma non dimentica la strada percorsa e la fatica fatta in quanto donna in un settore tech ancora dominato dagli uomini. “All’università eravamo 5 femmine su 25 studenti. Negli acceleratori, negli incubatori per startup tech sono spesso ancora una delle poche donne”, racconta. Per non essere sminuita solo perché in minoranza numerica, Medhat ha imparato a farsi spazio con strategie precise. “Ho tirato dritto ripetendo a me stessa di non trasformare mai l’essere donna o l’essere discriminata in una scusa – spiega – ho deciso di essere molto assertiva. Mi presento e partecipo agli incontri anche se sono l’unica donna, e nelle interviste non accetto mai domande che presuppongono che io avrò difficoltà, semplicemente in quanto donna”.
Frequentando assiduamente il mondo delle startup, Medhat ha anche avuto modo di notare differenze comportamentali nei percorsi imprenditoriali di colleghe e colleghi. “Gli uomini, appena hanno una piccola idea, creano pitch, parlano con investitori e partecipano agli eventi. Le donne, al contrario, vogliono sempre aspettare che l’idea sia perfetta, lavorano moltissimo sui numeri e non parlano del proprio lavoro finché non si sentono completamente sicure”. Secondo Medhat, questa differenza non è legata al genere in sé, ma al condizionamento sociale. “Per questo credo molto nei programmi dedicati alle imprenditrici donne: affrontano difficoltà specifiche legate a come siamo cresciute o condizionate a comportarci”. A suo avviso alcuni pattern comportamentali richiedono interventi mirati che li scardinino, lasciando che spazi e ruoli apparentemente ad appannaggio unicamente maschile possano essere occupati da chiunque abbia voglia di farlo.