Ogni anno in Italia vengono presentate centinaia di migliaia di domande di permesso di soggiorno. Molte vengono respinte, archiviate o semplicemente perse non per ragioni di merito, ma per errori procedurali: il modulo sbagliato, il documento mancante, l’appuntamento prenotato nello sportello che non gestisce quel tipo di pratica. Le informazioni per evitare questi errori esistono: sono sui siti ministeriali, nelle circolari delle prefetture, nelle FAQ dei comuni. Sono spesso in italiano, disperse, a volte contraddittorie tra loro, aggiornate in ritardo rispetto alle norme che dovrebbero descrivere.
In questo spazio preciso, tra l’informazione che esiste e la persona che non riesce a trovarla, sono nati negli ultimi anni una serie di strumenti digitali costruiti dal terzo settore, dal privato sociale. Da chi, restando fuori dalla pubblica amministrazione, ne vede la farraginosità dei processi e ricerca nella tecnologia una sponda per non subirne gli effetti. Chatbot, mappe interattive, guide multilingue. Li hanno costruiti avvocati, studenti di master, associazioni del terzo settore. Funzionano, tecnologicamente, ma fino a che punto sono in grado di compensare stabilmente una funzione istituzionale? Esiste il rischio che le nuove tecnologie diventino una scusa per non cambiare vecchie pratiche?
Takeaway
Dal disorientamento personale a Sportellino
Analizzando alcuni esempi, più che risposte si aprono nuove domande, a imbuto, verso il nucleo del problema. Il primo segue Viktor Seibert, giovane ricercatore arrivato a Roma da Berlino per un master. Parlava italiano, era europeo, aveva un telefono e una connessione. Gli ci sono volute settimane per capire dove andare, cosa portare, chi chiamare per pratiche che avrebbe dovuto poter sbrigare in pochi giorni. Da quell’esperienza, nel luglio 2025, Seibert ha costruito Sportellino: un assistente digitale accessibile via WhatsApp e Telegram, senza registrazione, che risponde in oltre quaranta lingue a domande sulla burocrazia italiana per stranieri.
La differenza rispetto a un assistente generico sta nell’architettura: Sportellino non naviga liberamente in rete ma interroga un database chiuso, costruito e aggiornato dal team a partire da fonti ufficiali – portali ministeriali, siti comunali, normative vigenti. Quando una procedura cambia, il database viene aggiornato. Quando varia da comune a comune vengono integrate le informazioni locali grazie a volontari distribuiti tra Milano, Napoli e Bologna.
“Le domande più frequenti riguardano la richiesta di asilo, il ricongiungimento familiare, la residenza e la carta d’identità”, spiega Alexandra Georgescu, dell’associazione Buonsenso, il soggetto giuridico nato attorno al progetto. Le lingue più usate sono arabo, inglese, francese e bengali. In meno di un anno, il servizio ha risposto a circa settantacinquemila domande poste da oltre diecimila persone.
Il progetto ha ottenuto il patrocinio del dipartimento DISSE della Sapienza, è in corso la formalizzazione di quello del Comune di Roma, e a maggio 2026 ha ricevuto il premio “Cambiare – L’arte di cambiare il mondo”, promosso da Roma Capitale nella categoria Diritti, pari opportunità e antidiscriminazione. Il team conta dodici volontari. La sostenibilità economica si regge su bandi nazionali ed europei.
Settantacinquemila domande sono anche un dataset. Non di dati personali – quelli non vengono raccolti – ma di carenze sistemiche: quali procedure generano più richieste d’aiuto, dove le persone si bloccano, in quale lingua arrivano le domande più complesse. “L’obiettivo è riuscire a collaborare con gli enti pubblici per riportare queste difficoltà”, dice Georgescu. Per ora quei dati restano nell’associazione. Non risulta che qualcuno, dal lato istituzionale, li abbia chiesti. Il team di Buonsenso ne riconosceva il valore e sta pensando a come e quando valorizzarlo, perché porti benefici alla società senza “effetti collaterali”.
Il privato sociale tech
Sportellino pur vantando una storia e una forma unica, non è il solo sforzo fatto da attori terzi rispetto alla PA per supportare le persone migranti nella giungla burocratica italiana.
Un altro esempio è JumaMap – Services for Refugees. Questo sito presenta una mappatura nazionale dei servizi per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, gestita dall’Arci con il supporto dell’UNHCR. Diversamente dal precedente strumento non è un chatbot: è una piattaforma di orientamento geografico che permette di trovare il servizio più vicino, dall’assistenza legale ai corsi di italiano, dall’accoglienza al supporto psicologico. Disponibile in diciassette lingue, tra cui wolof, tigrino e amarico. Vi si affianca il numero verde per richiedenti asilo e rifugiati (800 905 570), attivo da oltre dieci anni, con mediatori disponibili in trentacinque lingue. E poi la SOS Permesso, una guida interattiva ai permessi di soggiorno, ideata da Alberto Pasquero, avvocato torinese e socio dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), insieme a un gruppo di avvocate e operatrici legali. Mappa quarantuno tipi di permesso, dettaglia documenti richiesti, costi, procedure. Offre test interattivi per capire a quale permesso si ha diritto o se è possibile rinnovarlo. Disponibile in undici lingue, aggiornato al 28 maggio 2026.
Tre strumenti, sviluppati in modo indipendente e sostenuti da risorse proprie o finanziamenti a progetto. Non sono gli unici, ma mostrano una tendenza comune: la tecnologia viene utilizzata per colmare un vuoto lasciato dalle istituzioni nell’accesso ai servizi per le persone migranti. Chatbot, mappe interattive e guide digitali non sostituiscono la pubblica amministrazione, ma ne compensano le carenze quotidiane, rendendo più comprensibili procedure spesso frammentate e difficili da navigare.
La loro esistenza, però, apre una domanda più ampia. Se strumenti nati dal terzo settore provano a svolgere una funzione che le istituzioni non garantiscono, fino a che punto possono rappresentare una soluzione? E cosa rimane fuori dalla loro portata?
Ciò che nessuna tecnologia traduce
È da questa prospettiva che Fabrizio Coresi, esperto di politiche migratorie presso ActionAid International Italia, guarda a queste iniziative. Non mette in discussione la loro utilità. Al contrario, riconosce che spesso funzionano nel rispondere a bisogni concreti e immediati ma con il rischio inevitabile di lasciar fuori tutto ciò che è invece decisivo nel processo di integrazione in una società diversa da quella di origine.
“Non è una traduzione meramente linguistica quella che serve”, osserva Coresi. “È una traduzione di codici culturali, di funzionamento delle strutture e della società.” Un chatbot può indicare in quaranta lingue l’indirizzo corretto dello sportello ASL competente. Più difficile è spiegare perché il sistema sanitario italiano funzioni secondo logiche che una persona arrivata da un altro contesto non ha mai incontrato. “Quando un migrante accede al servizio cercato, spesso è uno dei suoi primi incontri con la società italiana. Per questo”, conclude, “informazione accessibile e servizio accessibile non coincidono necessariamente”.
L’esempio che porta Coresi è estremo ma non marginale: le donne sopravvissute alla tratta provenienti dalla Nigeria non possono essere raggiunte senza tenere conto del sistema di credenze con cui sono arrivate – rituali, vincoli, dimensioni dell’invisibile che non esistono nelle categorie dell’operatore medio. Nessun database gestisce quella dimensione. Può farlo solo un mediatore culturale con la formazione adeguata e in Italia questa figura non ha ancora un profilo professionale definito a livello nazionale: i registri variano per regione, a volte per comune, e un tentativo di standardizzazione interistituzionale si è arenato nel 2013. E nessun chatbot può sostituire questa figura.
Se mai lo possa diventare, difficile che accada per merito degli investimenti pubblici in tecnologie per facilitare l’integrazione perché ad oggi i fondi per innovare hanno una direzione chiara e contraria. “La tecnologia entra nelle norme relative all’immigrazione per il controllo, essenzialmente”, osserva Coresi. Rilevazione delle presenze tramite impronte nei centri prefettizi, sistemi di monitoraggio dei flussi, identificazione. Non esistono investimenti equivalenti in strumenti di orientamento ai servizi. L’interoperabilità tra i sistemi interni – che permetterebbe di distribuire razionalmente le persone tra centri pieni e centri vuoti – è dichiarata nelle relazioni ministeriali di performance ma non funziona nella pratica e la valutazione della sua efficacia non è mai effettuata sugli esiti ma si ferma alla qualità del processo. A quanto riferisce Coresi, il Ministero registra di aver formato le prefetture, implementato sistemi, raggiunto obiettivi tecnici. Non misura cosa è cambiato per la persona che stava cercando di rinnovare il permesso di soggiorno. Quella parte della filiera rimane invisibile nei report ufficiali e ciò che non si misura difficilmente si migliora.
Domande aperte e in arrivo
L’attuale panorama di innovazioni tech in ambito migratorio rappresenta il contesto in cui si va ad inserire il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. Per l’Italia significa procedure più veloci, tempi compressi, standard più stringenti nelle decisioni sull’accoglienza. In questo contesto alcune questioni diventano più urgenti, non meno.
Chi controlla che l’accelerazione delle procedure non riduca ulteriormente la capacità delle persone di capire cosa sta succedendo e come rispondere? Settantacinquemila domande gestite da un’associazione di dodici volontari come Buonsenso costituiscono una mappa dettagliata dei punti di rottura del sistema: a chi appartiene quella mappa, chi può usarla per cambiare qualcosa? E quando uno strumento volontario assorbe stabilmente una funzione istituzionale, la pressione politica per riformare quella funzione aumenta o si allenta?
Non c’è nulla di sbagliato nel fatto che esistano strumenti come Sportellino, JumaMap e SOS Permesso. C’è qualcosa di molto sbagliato nel fatto che debbano esistere per compensare una funzione che spetterebbe allo Stato. La distinzione tra i due piani – strumento utile oggi, problema strutturale domani – è quella che rischia di perdersi ogni volta che si annuncia una soluzione tecnologica come risposta a un fallimento istituzionale. La tecnologia è un’ottima protesi. Pessima scusa.