Facebook ha un problema molto serio con lo Stato? Non solo uno!

Tra interrogazioni, udienze, questioni di tutela della privacy e capacità di moderazione e controllo dei contenuti, rivisitazione della Sezione 230... Facebook (ma non solo, con lei anche Google, Twitter, Amazon ed Apple) deve affrontare non pochi problemi

Alcuni giorni fa la US Federal Trade Commission (FTC) ha aperto una causa legale contro Facebook, per violazione della legge sull’Antitrust. Nello specifico l’accusa mossa è per “la condotta anticompetitiva e il metodo ingiusto di competere”. Tra le ragioni di quest’azione, da parte della FTC, vengono citate le acquisizioni, da parte di Mr Zuckerberg, di Instagram nel 2012 e di WhatsApp nel 2014. Il FTC sostiene che Facebook abbia il monopolio sui social network personali.

Nel documento della FTC si legge che “sin da quando ha raggiunto e sorpassato MySpace, Facebook si è posizionata in una strategia difensiva attraverso azioni anti-competitive: dopo aver identificato due significative minacce alla sua posizione dominante – Instagram e WhatsApp— Facebook si è attivata per sopprimere queste minacce comprando le compagnie”.

Una strategia che riflette il punto di vista di Mark Zuckerberg, espressa in una email del 2008 dove scriveva “è meglio comprare che competere”. Per capire la complessità che sottende tale strategia, dobbiamo fare un passo indietro e inserire questa azione in un contesto più ampio che non contempla solo Facebook, ma anche Google, Amazon, Apple e Twitter (per un tema differente).

Da un paio di anni il governo americano si è messo d’impegno per capire cosa stesse succedendo nel mondo delle Big Tech. Nello specifico le cinque aziende menzionate sono state più volte soggette a convocazioni il cui obiettivo è sempre stato capire come esse siano diventate monopoliste di mercato e/o (Facebook, Google e Twitter) stiano violando l’ormai nota Sezione 230 [atto legislativo che negli Stati Uniti garantisce l’immunità dalla responsabilità per i fornitori e gli utenti di un “servizio informatico interattivo” che pubblicano informazioni fornite da utenti di terze parti – ndr]. Il documento finale che riguarda il tema monopolio & Co consta di 450 pagine, di cui suggerisco la lettura: mappa con estrema cura tutte le singole specifiche peculiarità di supposto monopolio di queste aziende.

Facebook, il susseguirsi di udienze ed interrogazioni

Prima di entrare nel merito dei differenti casi aperti vale la pena dare un occhio ai vari video delle registrazioni relative alle interrogazioni cui sono stati sottoposto i cinque Ceo delle aziende in questione, in varie occasioni, da legislatori e membri del Congresso USA. L’unico che si è “battuto bene”, forse perché, in vero, era il meno rilevante e quindi meno punzecchiato dal congresso, finora è stato il Ceo di Apple, Tim Cook. Dopo tutto dei cinque, è quello che ha raccolto, ad oggi, meno critiche.

Ma le affermazioni di Mark Zuckerberg (CEO di Facebook), Jeff Bezos (CEO di Amazon) e Sundar Pichai (CEO di Alphabet, società di cui fa parte Google) erano, nel migliore dei casi, tenere e spesso si sono viste nelle loro repliche molte esitazioni [soprattutto nel linguaggio del corpo e nella mimica facciale. Suggeriamo di guardare l’udienza dello scorso luglio durata ben cinque ore davanti al Collegio Antitrust della Commissione Giudiziaria della Camera degli Stati Uniti – ndr]

In una più recente audizione, il Sen. Ron Johnson of Wisconsin ha sottoposto ai CEO di Facebook, Google e Twitter un’altra delicata questione, quella dell’influenza politica sulle elezioni e del rischio reale che queste tre società possano esercitare impropriamente interferenze sull’informazione (e la disinformazione) di carattere politico e sociale.

Ultima, ma solo in ordine di tempo, l’audizione della Commissione Fiudiziaria del Senato durante la quale Mark Zuckerberg di Facebook viene criticato dal senatore Josh Hawley che chiede chiarezza e trasparenza rispetto alla politica di “moderazione dei contenuti” ed alla collaborazione con Google e Twitter.

Era doveroso contestualizzare “l’affare Facebook”, giusto per spiegare che il Governo USA sta analizzando la situazione da più fronti, così come altrettanto doveroso è ricordare che, come più volte ha ricordato pubblicamente Mr Zuckerberg, Facebbok è nata inizialmente con un obiettivo molto semplice, connettere degli ex studenti.  

Facebook non è stata pensata originariamente come compagnia. È stata costruita per compiere una missione sociale, di rendere il mondo più aperto e connesso. (…) Facebook aspira a costruire dei servizi che diano alle persone il potere di condividere e aiutare a trasformare molte delle nostre istituzionali e industrie vitali. C’è un grande bisogno e una immensa opportunità di rendere ognuno, nel mondo, connesso, per dare a ognuno una voce e aiutare a trasformare la società per il futuro”. Questo scriveva Mark Zuckerberg ai suoi azionisti nel lontano 2012 (Fonte: Reuters). Erano altri tempi.

Lo scandalo di Cambridge Analytica (portato alla luce dalla giornalista britannica del The Observer, Carole Jane Cadwalladr, cancellata a vita da Facebook per aver fatto emergere i fatti) era ancora lontano, le elezioni americane con Trump nemmeno si sognavano. Mark Zuckerberg nel 2012 era ancora percepito come quel tenero ragazzo, magari un poco nerd, che aveva creato nel dormitorio del suo college una cosa carina. Solo pochi anni prima Facebook aveva cominciato a monetizzare il suo traffico (nel 2008 aveva rubato, a suon di milioni e azioni, Sheryl Sandberg a Google, proprio per monetizzare la piattaforma). E tuttavia mentre Zuckerberg scriveva queste “mail coccolose” ai suoi azionisti, già da qualche annetto (appunto il 2008) scriveva nelle mail interne ai suoi sottoposti, come accennato all’inizio di questo editoriale, che “è meglio comprare che competere”. Potremmo dire, usando un proverbio italiano, predicare bene e razzolare male.

Quattro i fronti aperti, e caldissimi

1) Facebook e il monopolio

Il caso è l’ultimo, in ordine di tempo, ed è strutturato in modo interessante. Leggendo il documento del FTC si nota come gli esperti del gruppo si siano dati da fare per definire il concetto di monopolio. La presenza di email e altri documenti estratti dalle conversazioni di Mark Zuckerberg con i suoi manager e dipendenti sono un ottimo punto di partenza. Le richieste di “spezzettare” Facebook non provengono solo dalla FTC: molti gruppi di attivisti di sinistra sostengono da anni la necessità di frammentare Facebook a vantaggio della competizione. Un documento contenente richieste simili è stato depositato alla Corte del Distretto della Columbia (sottoscritto e firmato praticamente da tutti gli stati americani), con un approccio sostanzialmente identico nelle accuse di monopolio e nelle richieste di frammentazione della società di Zuckerberg.

La risposta, piuttosto naturale, di Mr Zuckerberg, ripetuta nelle differenti udienze al Congresso, è che lui non possiede un monopolio… peccato che già nel 2012 le presentazioni della società riportavano una lodevole slide nella quale si enfatizzava che Facebook deteneva (già nel 2012) il 95% del mercato dei social network negli Stati Uniti.

Facebook - Il monopolio del social network
Il monopolio del social network. Facebook deteneva (già nel 2012) il 95% del mercato dei social network negli Stati Uniti (Fonte Business insider)

L’accusa di monopolio e la causa contro Facebook sono percorribili con successo? Difficile da dire.

Politicamente parlando le Big Tech (inclusa Facebook) hanno arruolato, già da alcuni anni, un esercito di lobbysti: avvocati, giornalisti (Jeff Bezos ha fatto più di altri, si è comprato il Washington Post) e un sempre più elevato numero di ex politici. Persino in Europa, Facebook ha arruolato l’ex vice primo ministro britannico, Nick Clegg, che ora è un “pezzo grosso” della macchina da lobby europea di Facebook.

Legalmente parlando, il concetto di monopolio deve essere ben strutturato, e il FTC è da qualche annetto che non si adopera in operazioni così complesse.

La legge attorno alla quale ruota ancora la FTC, sin dal 1970, fa riferimento al “danno causato da un monopolio”, ossia mette in relazione il monopolio con il danno che esso cagiona ai cittadini. L’assunto è che, non essendoci competizione, in regime di monopolio non ci sarebbe miglioramento dei servizi (nei casi peggiori arrivando al degrado dei servizi offerti) e non avendo i cittadini altre scelte vedrebbero, implicitamente, un danno nelle loro scelte, cagionata dalla mancanza di altri servizi o prodotti alternativi.

Un grande aiuto per “aggiornare questa visione” è arrivato da Dina Srinivasan, legale ed esperta sul tema. Il suo paper “The Antitrust Case Against Facebook: A Monopolist’s Journey Towards Pervasive Surveillance in Spite of Consumers’ Preference for Privacy” rappresenta una piccola “opera d’arte” tra aspetti legali e tecnici.

Secondo l’analisi di Dina Srinivasan, Facebook ha inflitto uno specifico danno ai cittadini-consumatori: obbligarli ad accettare settaggi sulla privacy sempre più scarsi, facendo leva sul monopolio (unica azienda a cui, un cittadino, può rivolgersi nell’ambito del social networking). Srinivasan spiega che quando Facebook arrivò sul mercato, nel 2004, competeva con MySpace, che permetteva di avere profili aperti, quindi una privacy molto limitata. A questo si opponeva Facebook con il suo approccio più protettivo. Le norme sulla privacy dei vecchi tempi di Facebook (poi modificati) scrivevano che “Noi (Zuckerberg & Co) non usiamo ne useremo cookies (micro software di tracciamento, per semplificare) per collezionare informazioni private da alcun utilizzatore”. Da allora le cose sono un poco cambiate. E al FTC se ne sono accorti, finalmente.

2) Facebook e la violazione della privacy (la storia infinita)

Un altro tema che appare con una frequenza in crescendo è la violazione della privacy da parte di Facebook. Già nel documento precedente questo tema è emerso ma le cause popolari continuano a palesarsi. Le ultime riguardano l’utilizzo stesso del social network (e tutta la famiglia Instagram e Whatsapp). Facebook nel 2020 aveva proposto di chiudere un’altra causa per violazione di privacy con una somma totale di 550 milioni di dollari. Una cifra che appare importante per un comune mortale ma che per un colosso come Facebook non generano alcun significativo impatto. L’FTC ha già multato Facebook, sul tema privacy, per circa 5 miliardi, ma anche in questo caso non sembra ci siano stati poi grandi effetti.

3) Unione europea e contenuti di odio ne abbiamo?

Stante la nuova normativa che dovrebbe essere approvata dalla UE nei prossimi giorni anche Facebook (insieme ad altre piattaforme come Google e Amazon) rischiano di prendersi una multa del valore del 6% sui loro ricavi (non profitti) mondiali. Stante quanto dichiarato da Facebook si tratta di poco meno di 5 miliardi. In aggiunta, ogni piattaforma dovrà dimostrare di essere attiva nel controllo e prevenzione dei contenuti pericolosi, violenti, legati a temi di odio, etc..

4) La Sezione 230 e Facebook

Il tema riguarda la Sezione 230 legata ai provider e le piattaforme digitali. È una legge vecchia di un paio di decenni, potremo dire un po’ da aggiornare, considerando le evoluzioni delle piattaforme sociali. In pratica libera provider e altre aziende digitali dalla responsabilità dei contenuti che esse veicolano. La ragione è presto detta. Tali contenuti non sono veicolati dalle piattaforme in sé, ma dai loro utenti. Allo stato attuale si può imporre a una piattaforma collaborazione, per esempio, per perseguire dei criminali o altre tipologie di crimini legati ai contenuti, ma le piattaforme in sé restano neutrali.

Di recente, una causa che mirava ad attaccare Facebook per contenuti legati al terrorismo è stata ricusata dalla Corte Americana. Questa legge è emersa di recente (di qui le interviste fatte dai senatori ai CEO di Twitter, Jack Patrick Dorsey, e di Faecbook, Mark Zuckerberg) per un evento piuttosto scioccante. Trump non sta simpatico a molti media, e fin qui ci può stare. Ma alcune settimane fa un media, il New York Post, una delle testate più antiche d’America  pubblica una notizia legata al figlio di Biden. Una notizia che, in zona elezioni, non era il massimo per il candidato presidente (ora presidente eletto). Subito Twitter e Facebook si attivano per bloccare l’account del giornale e/o censurarlo (per correttezza rallentando la diffusione, facendo si che l’algoritmo delle piattaforme ne decrescesse la viralità, dimostrando implicitamente la loro capacità di alterare l’algoritmo per fini specifici). Una azione che non è passata inosservata ai senatori delle commissioni attive su questa legge che si sono scagliati (democratici e repubblicani) come falchi sulle tre piattaforme incriminate: Google, Twitter e Facebook. Il caso ha destato l’attenzione dei politici americani per una ragione piuttosto semplice.

Un conto è che la Sezione 230 limiti o inibisca contenuti di singoli utenti, plausibilmente personaggi pericolosi, un conto è che inibisca un giornale riconosciuto, antico, stimato, che ha riportato un’informazione di cui il media stesso si è fatto garante di essere stata (come lo era stata) indagata a fondo. In pratica è stato il primo evento in cui le piattaforme sociali e un motore di ricerca, apparentemente neutrali, si sono schierate.

Ovviamente tutti i CEO han detto che si erano confusi, che avrebbero migliorato i loro feed e altre scuse simili. Ma i politici non si son fatti “prendere alla buona” e ora si sta discutendo di rivedere la legge 230.

Il timore, non dichiarato da molti politici, è che le Big Tech potrebbero influenzare, volontariamente, la percezione pubblica e l’evoluzione democratica dell’America. Se la Sezione 230 fosse modificata, è una supposizione bene inteso, nella nuova versione potrebbero manifestarsi delle eccezioni o delle specifiche alle singole aziende che operano nel mondo digitale (per esempio, mantenere neutrali i provider di dati ma responsabili le piattaforme sociali).

Questa legge, se modificata, potrebbe essere un immenso mal di stomaco per Mr Zuckerberg (non solo per lui) perché, di fatto, potrebbe mettere sullo stesso piano le aziende media (giornali, Tv, etc., reputate responsabili per quel che pubblicano) e le piattaforme sociali.

Nel caso di Facebook il danno sarebbe ulteriore se consideriamo che, come spiegava il suo ex dipendente responsabile per la monetizzazione, Tim Kendall, la società ha adottato il manuale di dipendenza delle Big Tobacco per rendere gli utenti dipendenti dalla piattaforma, tramite contenuti che generassero traffico, anche di contenuti molto estremi (quindi ancor di più sanzionabili dal legislatore se la legge 230 cambiasse).

Quindi, al netto dell’etica, la testimonianza di Kendall conferma, per analisi indiretta, che Facebook con contenuti più neutri potrebbe avere meno frequenza di utenti, leggasi meno pubblicità… Ma se Facebook nuoce o meno alla salute, come le sigarette, è un tema che affronteremo un’altra volta.

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Enrico Verga
Analista ed editorialista | Nasce comasco e diviene milanese, si laurea in Scienze politiche internazionali alla Università Cattolica del Sacro Cuore. Segue la sua ispirazione business e diventa consulente strategico e istituzionale per aziende italiane che vogliono innovarsi e accrescere il proprio business. Pubblica le sue analisi e osservazioni anche su il Sole 24 ore, Fortune, Forbes, Agi, Fomiche, Linkiesta, Manager Italia, Longitude.
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