Big Tech, guanto di sfida con le nuove nomine, tutte al femminile, a capo della Commissione Federale alle Comunicazioni e della Commissione Federale al Commercio

L’amministrazione Biden parte con una struttura e delle persone che appaiono toste e ricche di esperienza per tener testa alle Big Tech, come Jessica Rosenworcel, chairwoman ad interim della Commissione Federale alle Comunicazioni (FCC), e Rebecca Kelly Slaughter, nominata chairwoman della Commissione Federale al Commercio (FTC). Monopolio, discriminazione di algoritmi e Sezione 230, gli argomenti più caldi. Resta da vedere come le Big Tech affronteranno la sfida.

Nuovo presidente nuovo team. Tra le cariche di peso appena scelte ci sono “le numero uno” ad interim (passibili di conferma o modifica) per la Commissione Federale alle Comunicazioni (FCC) e la Commissione Federale al Commercio (FTC).

Il ruolo e il potere discrezionale di queste due commissioni, in merito alle Big Tech, sono immensi, se paragonati ad altre commissioni. È quindi d’obbligo comprendere quale sia la posizione delle due nuove chairwoman in merito ad alcuni temi caldi di questi ultimi mesi, in modo da capire cosa aspetta l’occidente. Monopolio, discriminazione di algoritmi e Sezione 230 sono gli argomenti più caldi.

Commissione Federale alle Comunicazioni (FCC): Jessica Rosenworcel

Jessica Rosenworcel è la chairwoman ad interim della Commissione Federale alle Comunicazioni: è entrata in FCC nel 2012. Di tutte le patate bollenti che dovrà affrontare c’è la posizione della FCC sulla sezione 230: il tema, che come abbiamo discusso in passato, riguarda la neutralità di internet per operatori telecom e altri operatori (tra cui Google, Facebook, Twitter etc..). Jessica Rosenworcel è sempre stata molto conservativa in merito a eventuali modifiche della sezione 230 fatte dalla FCC.

Suo lo “scontro” in commissione nel 2020 contro la richiesta (quasi un ordine) da parte di Trump, di mettere mano alla 230. La posizione di Rosenworcel è sempre stata coerente durante tutta la sua attività: fedele alla regola della neutralità della rete (quindi in supporto dello status quo attuale) ha spesso spiegato che una modifica della 230 non deve essere una scelta della FCC. A suo avviso l’eventuale modifica attiene a un organo democraticamente eletto come il Congresso.

Senza voler prendere una posizione positiva o negativa in merito alla visione di Rosenworcel, ammetto che il suo approccio lo trovo piuttosto corretto. Mi spiego: cambiare la 230 è un atto importante, non solo per le compagnie digitali (in particolare Twitter, Facebook, Google), ma per l’intero ecosistema digitale occidentale. Rendere, in qualche modo, responsabili alcune aziende tra le Big Tech dei contenuti veicolati (ma non da esse creati), implica un radicale ripensamento della libertà di espressione. Il rischio di una sorta di censura preventiva è palese: una decisione così importante (al netto delle potenziali perdite economiche delle Big Tech) ha senso che venga ratificata da un organo democratico come il congresso.

Non è un caso che l’uscente chairman della Fed, messo lì da Trump, decise di non portare avanti la modifica pur a fronte dell’ordine del Presidente. In tal senso Rosenworcel ha fatto anche riferimento all’importanza del 1° emendamento, proprio per sottolineare l’importanza di una decisione collettiva e democratica su una eventuale modifica della 230.

Persino la Electronic Frontier Foundation si è schierata, considerando la Section 230 “uno dei più importanti strumenti per proteggere la libertà di espressione e l’innovazione di internet”.  

In agosto 2020 è stato proposto da tre policy maker democratici (ex membri di commissioni di peso), tra cui spiccava il nome di Wheeler, ex FCC Chairman e consigliere di Obama, una proposta per creare un’agenzia governativa che monitorasse le piattaforme sociali. Passata sotto il nome di Digital Platform Agency l’idea, con l’appoggio formale della Harvard Kennedy School, prevedeva una struttura specifica per controllare e normare le piattaforme sociali. Anche in questo caso la posizione Jessica Rosenworcel fu molto conservativa, pur essendo la proposta nata da un triumvirato di democratici (come lei).

Tra le altre posizioni di rilievo di Jessica Rosenworcel vi sono quelle sui social network e l’espansione della rete. In merito ai social network Rosenworcel ha riconosciuto, anche di recente, che le piattaforme sociali sono divenute endemiche del dibattito pubblico, e, per conseguenza, un elemento integrato nelle elezioni politiche statali o nazionali.

Nulla di nuovo, rispetto a quello che già sappiamo. Più rilevante la sua posizione sull’espansione della rete. Tra i suoi successi passati, in team con altri membri della FCC, c’è stata la spinta per espandere il Wi-Fi in tutte le aree, specie quelle rurali, e dare un impulso alla diffusione della rete nelle scuole. Sua la visione che Internet sia un bene per la democrazia e quindi un maggiore accesso alla rete sia adatto per migliorare la cultura e la democrazia. C’è da considerare che l’interesse per l’espansione di Internet in ogni area rurale (americana e non) è alla base delle strategie di espansione di ogni piattaforma sociale e azienda del Big Tech: da Facebook a Google. Tuttavia, per evitare visioni complottiste, è bene chiarire che non esistono rapporti pubblici che leghino l’ambizione di Jessica Rosenworcel per espandere Internet nelle aree rurali americane (per scopi educativi) e quelle delle Big Tech (per scopi commerciali).

La sua posizione è importante perché ci dice due cose: con lei difficilmente il processo di revisione della 230 avrà luogo in seno alla FCC. Conseguenza diretta è che il percorso di modifica, se avrà luogo, sarà molto più lungo (e difficilmente filtrabile dai lobbysti delle Big Tech). La sua posizione sulla diffusione di Internet nelle aree rurali (si può supporre a spese dei cittadini americani, quindi investimenti infrastrutturali statali) potrà essere utile alle Big Tech che risparmieranno soldi (il caso di investimento in Africa rende l’idea sull’esborso delle Big Tech per portare la rete “ai meno fortunati”).

Riassumendo, la posizione di Jessica Rosenworcel, se confermata, salvo cambiamenti repentini da parte di Biden, non è una brutta notizia per le Big Tech.

Commissione Federale al Commercio (FTC): Rebecca Kelly Slaughter

Rebecca Kelly Slaughter fa parte della Commissione Federale del Commercio (FTC) dal 2018. Divenuta “famosa” l’anno scorso per aver allattato il figlio durante un confronto pubblico (un gesto manifesto per dimostrare la complessità dell’essere mamma e professionista), è stata nominata dal neoeletto Presidente Joe Biden come chairwoman della FTC, sostituendo il repubblicano Joe Simons. Contrariamente al potenziale “basso rischio” rappresentato da Jessica Rosenworcel (date le sue posizioni) Rebecca Kelly Slaughter potrebbe essere un pericolo per le Big Tech.

Un tema caldo su cui la Slaughter si è spesso espressa è la necessità di rinforzare le leggi federali americane (quindi quelle nazionali, diremmo noi) in merito alle pratiche di business scorretto, con un focus sulle mozioni di violazione Antitrust mosse contro Facebook. Bene inteso non si parla solo di Facebook, quando parliamo di cause sulla violazione dell’Antitrust, anche Google e Amazon son chiamate in causa.

La posizione di Rebecca Kelly Slaughter è significativa perché una persona apertamente contro tali violazioni finalmente occupa una posizione dove può fare molto. Già a metà 2020 ci sono state azioni, promosse da politici e prosecutori generali (come Phil Weiser in Colorado) per investigare le violazioni di Antitrust.

Il caso Facebook, tuttavia, con la sua radicale presenza tramite altri social come WhatsApp e Instagram, è forse uno dei più rilevanti (e dopo i fatti di Washington, sempre più sotto pressione da più parti). Il fronte aperto contro Facebook vede convergere gli interessi del FTC (lato consumatori e monopoli) e il dipartimento di giustizia.

Tra le sue altre priorità, che rischiano di aprire nuovi fronti contro le Big Tech, abbiamo la resilienza della supply chain e la discriminazione.

Un concetto sfuggente, quello della supply chain, che richiede una spiegazione. Se la catena di produzione di un bene o servizio è monopolizzata totalmente o in qualche parte (parliamo di strozzature a collo di bottiglia) si rischia che, in casi emergenziali come l’attuale emergenza Covid, vi siano delle storture di mercato, ai danni dei cittadini. L’attenzione di Rebecca Kelly Slaughter si focalizza, come esempio da lei riportato (un esempio non proprio buttato li a caso), sulle implicazioni digitali di monopoli in merito a privacy e dati personali.

Sul tema dati e privacy Rebecca Kelly Slaughter è sul pezzo da tempo. Quando ancora non era in carica, a novembre 2020, si mosse contro Zoom (la famosa piattaforma di virtual meeting a cui tutti siamo oggi familiari) per sollevare una serie di dubbi sulla gestione dei dati e privacy. Per correttezza si deve dire che la FTC – già in dicembre – aveva mosso altre critiche (per essere gentili) su come veniva gestita la privacy on line.

È estremamente probabile che, in tal senso, Rebecca Kelly Slaughter non solo continuerà queste indagini, ma diventerà molto più risoluta (rispetto alla precedente gestione) nel perseguire casi di disfunzioni o irregolarità.

Altri temi caldi per la Slaughter sono la discriminazione e il razzismo.

Detto così potrebbe sembrare un tema si rilevante, ma non d’impatto nei confronti delle Big Tech. Nulla di più sbagliato. È un tema su cui le Big Tech rischiano di perdere molto. Abbiamo parlato in un precedente articolo di Bias e algoritmi razzisti. In merito, Rebecca Kelly Slaughter ha una posizione forte e preoccupante (per le Big Tech). Già in un documento del gennaio 2020, la Slaughter parlava di algoritmi e giustizia economica. A suo avviso vi sono differenti attori (politici, burocratici e società privata) che devono essere resi partecipi delle decisioni e strategie che vedono dispiegati gli algoritmi.

Il tema “cittadini di pelle scura (che siano di origine africana, latina o indiana poco importa)” rischia – secondo Rebecca Kelly Slaughter – di degenerare in modo estremo. La Slaughter si riferisce alla possibilità (non trascurabile) che i cittadini di colore possano essere discriminati dagli attuali algoritmi [spiegazioni più dettagliate le trovate nell’articolo “Intelligenza artificiale, la discriminazione da parte degli algoritmi è un pericolo reale” – ndr]. Stante le sue posizioni precedenti e la sua storia, Rebecca Kelly Slaughter appare essere un futuro (se confermata come chairwoman) spina nel fianco (pain-in-the-ass nel gergo tecnico lobbista americano) delle Big Tech.

Per concludere, l’amministrazione Biden, in alcuni casi, parte bene con una struttura e delle persone che appaiono toste e ricche di esperienza per tener testa alle Big Tech. Resta da vedere come le Big Tech affronteranno la sfida.

Ad oggi Facebook, Amazon e altri del “giro” hanno aumentato oltre ogni scala le loro spese ufficiali per assumere e strutturare un’armata di lobbisti assai “cattivi”  e esperti “delle cose di Washington” (alcuni pure imparentati con la “gente di Washington”). Si preannunciano mesi interessanti, per la democrazia e i cittadini occidentali.

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Enrico Verga
Analista ed editorialista | Nasce comasco e diviene milanese, si laurea in Scienze politiche internazionali alla Università Cattolica del Sacro Cuore. Segue la sua ispirazione business e diventa consulente strategico e istituzionale per aziende italiane che vogliono innovarsi e accrescere il proprio business. Pubblica le sue analisi e osservazioni anche su il Sole 24 ore, Fortune, Forbes, Agi, Fomiche, Linkiesta, Manager Italia, Longitude.
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