Nel piccolo borgo di Lindau, affacciato sul Lago di Costanza, oltre 600 giovani ricercatori da tutto il mondo si sono incontrati con 33 Premi Nobel per immaginare insieme il futuro della scienza. Tra loro, molte giovani donne stanno già trasformando ricerca e società: dalle miniere dello Zambia ai laboratori di nanotecnologie, dalle olive portoghesi all’idrogeno africano. Le loro storie sono il segno di un cambiamento che parte dalla conoscenza, ma non si ferma lì.

Oltre 600 ricercatori dai 19 ai 40 anni provenienti da 84 diversi Paesi del mondo hanno incontrato 33 premi Nobel degli ultimi 3 decenni in un paesino di poco più di 25mila abitanti appoggiato al lago di Costanza, lato tedesco. L’hashtag dell’evento era #LINO25, il nome intero è “Lindau Nobel Laureate Meeting”; era l’edizione dedicata alla chimica ed è stata esplosiva. Parteciparvi nelle vesti di giornalista e di fisica ambientale è stato un azzardo: ho rischiato di passare per “spia”, o “intrusa”. Invece, dichiarandomi subito tale, ho potuto anche io ricercare, tra i ricercatori, e trovare storie di donne pronte a cambiare il futuro e che hanno già iniziato a farlo.

Dalle analisi nel buio delle miniere ai laboratori di nanotecnologie, dalle associazioni scientifiche ai centri di ricerca europei, ciascuna a modo proprio ma tutte  attive nel costruire ponti tra continenti e discipline, portando innovazione dove c’è bisogno e speranza dove manca. Rappresentavano il 49% dei 620 ricercatori selezionati in totale. Non ho potuto parlare con tutte ma ecco alcune storie che ho raccolto e ho a cuore.

Idrogeno più utilizzabile

In un laboratorio di Johannesburg, Juliana Edor lavora al futuro dell’energia sostenibile. Originaria del Ghana, questa ricercatrice ha trovato in Sudafrica l’opportunità di dedicarsi al suo argomento di ricerca preferito e ha scelto di coltivare la sua passione ovunque la portasse.

La sua ricerca si concentra sui catalizzatori per la gestione dell’idrogeno, una delle fonti energetiche che potrebbe rivoluzionare il nostro rapporto con l’ambiente se non fosse così leggero e difficile da maneggiare e potenzialmente esplosivo.

La soluzione secondo Edor potrebbe essere lo sviluppo di catalizzatori bifunzionali omogenei che permettono di immagazzinare l’idrogeno in forma liquida attraverso composti organici, per poi liberarlo quando necessario.

Studiando il meccanismo di trasformazione,” spiega, “posso capire come migliorare la selettività modificando la struttura dei leganti.”

È questa voglia di comprensione profonda che distingue il suo approccio: non solo efficienza energetica, ma anche sostenibilità

Edor ha lasciato il Ghana sette anni fa, spinta dalla necessità di trovare finanziamenti e infrastrutture di ricerca adeguate al percorso che aveva intrapreso. Ha svolto master, dottorato, post-dottorato sempre all’Università di Johannesburg, supportata anche dall’OWSD (Organization for Women in Science for the Developing World) e ora guarda al futuro con l’ambizione di contribuire sia alla chimica verde che allo sviluppo di materiali sostenibili come i polimeri biodegradabili.

Il ritorno in Ghana? “Perché no? Dipende dalle condizioni che trovo. Desidero stare dove posso crescere e innovare, portando benefici all’intero continente“.

Mare più sensorizzato

In una delle tante università della California, Kishwar-E Hasin ha appena completato un dottorato che potrebbe rivoluzionare la tecnologia subacquea. La sua ricerca sui materiali perovskiti non è solo un esercizio accademico, ma una risposta concreta alle sfide dell’esplorazione marina. I materiali su cui lavora sono diversi dai perovskiti classici: quando vengono sottoposti a pressione meccanica, invece di perdere polarizzazione elettrica in due direzioni come i materiali tradizionali, aumentano la polarizzazione in tutte le direzioni. Questa caratteristica li rende ideali per i sensori subacquei, dove la pressione idrostatica arriva da ogni lato.

Uso simulazioni al computer per predire le proprietà dei materiali,” spiega Hasin. “Posso capire come la struttura influisce sulle proprietà piezoelettriche e ottimizzare le performance per dispositivi elettronici futuri”.

I suoi risultati sono pronti per la pubblicazione dopo cinque anni di ricerca mirata ma molti di più di silenziosa dedizione.

Il suo percorso è infatti iniziato con i primi studi in Bangladesh, il Paese dove è nata e ha completato bachelor e master per poi trasferirsi negli Stati Uniti per il dottorato. La sua valutazione del sistema di ricerca nel suo paese natale è schietta:

“Non è comparabile con il resto del mondo. Le opportunità sono limitate, e la situazione politica è completamente fuori dal controllo degli scienziati.” Il dilemma del ritorno la tormenta: “Forse non ora, ma spero in futuro. Se tornassi ora, non avrei l’opportunità di contribuire efficacemente.”

Hasin racconta come le donne, pur essendo numerose nelle fasi iniziali della ricerca, fatichino nell’avanzamento di carriera. “So che è un problema globale,” commenta, “ma è particolarmente serio in Bangladesh: le opportunità per le donne sono ancora limitate nonostante gli sforzi del governo”.

Meno polvere che uccide

In Zambia, Mwaba Sifanu combatte una battaglia silenziosa contro un nemico invisibile: la silice cristallina delle miniere di rame.  Come ricercatrice presso l’Università Copperbelt, si sta dedicando a proteggere i lavoratori minerari da una polvere che entra nei polmoni e non esce mai più.

Crescendo nella regione del rame, ho visto molte persone morire a causa dell’esposizione mineraria – racconta – Non ci sono molti minatori oltre i 60 anni perché muoiono dopo l’esposizione”.

Questa esperienza personale è diventata la missione della sua ricerca scientifica, unica perché combina metodi tradizionali e innovazione tecnologica. Mentre i filtri e le pompe per misurare l’esposizione alla silice sono strumenti consolidati, Sifanu ne sta implementando di nuovi per monitorare in tempo reale, con nanosensori che forniscono informazioni immediate sulle dimensioni delle particelle. “Più piccola è la dimensione, più profondamente penetra nei polmoni”, spiega.

Ma la sfida più grande è logistica: in Zambia non c’è un XRD funzionale per l’analisi dei campioni, che devono essere inviati in Sudafrica. “I risultati arrivano in ritardo, ma nel frattempo l’esposizione continua e cambia”. È una corsa contro il tempo per proteggere vite umane e Sifanu vuole vincerla come il suo Paese sta vincendo le discriminazioni di genere nell’accesso agli studi scientifici .

Ora ho studentesse che vogliono entrare nel campo perché vedono che c’è una dottoressa donna. Sono un’ispirazione: se lei può farlo – si dicono – posso farlo anch’io”.

Olio d’oliva più buono in ogni senso

Dal Brasile al Portogallo, Ìtala Marx ha trasformato una scoperta accidentale in una missione di sostenibilità. Il suo primo incontro con olive e olio d’oliva è avvenuto durante il master in Portogallo nel 2015, scatenando una passione che ha ridefinito la sua carriera. Durante i quattro anni di dottorato, ha rivoluzionato l’estrazione industriale dell’olio d’oliva.

Il mio approccio è stato il primo scalabile industrialmente”, spiega. “Ho sviluppato un dispositivo elettrochimico che elimina solventi e reagenti, permettendo il riutilizzo dell’olio analizzato”.

I risultati sono stati significativi: aumento dei composti fenolici, utilizzo innovativo delle foglie d’oliva, miglioramento di sapore e intensità. Ma la vera innovazione, secondo la stessa Marx, è nella valorizzazione dei sottoprodotti. “Il rapporto è 5:1 tra sottoprodotti e olio prodotto”, nota. “Attualmente sono utilizzati a basso valore o scartati, con impatto ambientale significativo”.

La sua soluzione è un processo biotecnologico di frazionamento completamente green, senza solventi, che trasforma gli scarti in ingredienti per alimentari, cosmetica, nutraceutica e industria. Ora sta facendo il salto dall’accademia all’imprenditoria. Al EIT Food di Rimini, sta sviluppando il business plan per commercializzare la sua tecnologia. “Modello B2B per ingredienti industriali”, dice, “target aziende come Nestlé, PepsiCo, Unilever, L’Oréal”.

La sua proposta di valore e i valori che la spingono a crederci sono chiari: processo sostenibile, ingredienti naturali, economia circolare.

Catturare il carbonio, davvero

In Malesia, presso l’Università Tecnologica Petronas, Diyan Ridzuan ha appena completato un dottorato di sei anni che potrebbe cambiare il modo in cui gestiamo le emissioni di CO₂. La sua ricerca sulla conversione catalitica del biossido di carbonio mira a rappresentare un’alternativa rivoluzionaria al semplice stoccaggio delle emissioni.

Converto la CO₂ in prodotti utili attraverso idrogenazione catalitica”, spiega Ridzuan. “CO₂ + H₂ diventa CH₄ + H₂O. Uso il carbonio come building block per molecole complesse”.

La sua innovazione sta nel catalizzatore: nichel supportato su grafene, che raggiunge il 96% di conversione con 99.9% di selettività verso metano, sostituendo i costosi metalli nobili con una soluzione economica ed efficiente.

Secondo Ridzuan le applicazioni sono enormi. Nel settore energetico, la sua tecnologia si integra nei sistemi Power-to-Gas, creando cicli chiusi per la gestione energetica e nella gestione climatica, offre un’alternativa al Carbon Capture and Storage (CCS): “CCUS – Carbon Capture, Utilization and Storage. Conversione invece di solo stoccaggio”.

Il suo percorso riflette le caratteristiche uniche del sistema di ricerca malese e basta fare attenzione al nome dell’Università Tecnologica “Petronas” per capire il ruolo fondamentale giocato dalla compagnia petrolifera nazionale.

La ricerca deve essere orientata alle applicazioni industriali, c’è pressione per commercializzazione rapida, 5-10 anni”. Ma Ridzuan aspira a qualcosa di diverso.

Voglio fare ricerca fondamentale”, dice. “Voglio il piacere della scoperta pura, esplorare il ponte tra fondamentale e applicativo”.

Sta cercando opportunità in Europa, dove spera di trovare l’equilibrio tra curiosità scientifica e impatto pratico.

Piccolo cervello senza segreti

Nel mondo delle neuroscienze, Coralie Herent sta svelando i misteri del cervelletto, quella struttura che contiene un terzo di tutti i neuroni del cervello ma di cui sappiamo ancora troppo poco. La sua ricerca mira a rivoluzionare la comprensione dei disturbi del movimento e aprire nuove strade per la riabilitazione.

Il cervelletto riceve informazioni sui movimenti, confronta ciò che è accaduto con ciò che dovrebbe accadere, e invia segnali di calibrazione per correggere”, spiega Herent. “Conosciamo bene gli input e come elabora le informazioni, ma non sappiamo abbastanza degli output: dove vanno e perché”.

La sua metodologia è innovativa: un “tapis roulant” asimmetrico che permette di studiare l’adattamento motorio nei topi. “Questo sistema è diviso in due parti e permette il controllo indipendente di ogni lato del corpo”, racconta. “Studio come il cervello si adatta alle perturbazioni motorie”. I risultati hanno applicazioni cliniche immediate: trattamento delle asimmetrie del cammino post-ictus, riabilitazione dei disturbi cerebellari.

Le tecnologie che utilizza sono all’avanguardia: manipolazione genetica con sistema CRE-LOX, linee di topi transgenici, iniezioni stereotassiche con virus inattivati come vettori.

La sua passione per le neuroscienze è nata presto, a 6-7 anni quando vedeva animali morti era curiosa di capire il loro “funzionalismo”. È nata con una forte curiosità di conoscere meglio il corpo che è diventata la spinta anche per la sua carriera in cui prova a bilanciare ricerca fondamentale e applicazioni cliniche. E intanto lotta anche per bilanciare la presenza di donne nella scienza, anche ai vertici.

Sogni di nanomedicina

La più giovane partecipante alla conferenza di Lindau arriva dall’Università di Dhaka, si chiama Ashima Monjur fa ricerca nell’elettrochimica applicata alla distribuzione mirata di farmaci. Si “auto definisce” ancora agli inizi, ma le sue ambizioni sono enormi.

Lavoro sulla distribuzione mirata di farmaci usando stimoli come temperatura e potenziale elettrico”, spiega. “Posso manipolare la distribuzione cambiando lo stato dei farmaci nei fluidi fisiologici come sangue e siero”.

I suoi materiali innovativi – idrogel e polimeri – mirano a rivoluzionare la nanomedicina ed è ciò a cui si vuole dedicare in futuro.

Non sono riuscita a essere ammessa a medicina, quindi ho scelto chimica con focus su biochimica”, racconta. “Il sistema educativo nel mio paese dedica molto tempo alla teoria, poche opportunità pratiche”. Le risorse limitate sono una costante: “mancanza di fondi, tempi per tesi e progetti sono ristretti, ma se andassi a fare un dottorato in altri paesi, dovrei lasciare il mio laboratorio e il team con cui ho iniziato”.

Chissà cosa deciderà di fare dopo la sua esperienza a Lindau.

Sarà trasformativa: è la mia prima volta in Europa, primo viaggio da sola. Sono l’unica partecipante dal Bangladesh… questo mi crea ansia ma soprattutto mi motiva. Durante questa esperienza ho avuto la conferma della necessità di una scienza che possa crescere in modo più indipendente e libero. Servono maggiori investimenti per noi giovani scienziati, perché con la nostra conoscenza rappresenta un bene di tutti”.

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