Il mind-set del design thinking: le 8 core abilities della Stanford d.school

È il tempio sacro del design thinking, il luogo dove nel 2004 un pioniere come David Kelley ha cercato di dare un senso accademico e trasmettere pubblicamente la conoscenza di quanto, dagli anni Settanta, ispirava la ricerca e la pratica professionale di uno dei più apprezzati design studio al mondo: IDEO. Stiamo parlando del Hasso Plattner Institute of Design della Stanford University, universalmente nota come la d.school.

Sono trascorsi ormai quasi vent’anni, vissuti con grande intensità, entrando in maniera dirompente nell’era del digitale. Si tratta di un contesto in cui la d.school si è resa complice di profondi cambiamenti nel sistema socio-economico, grazie ad allievi che nel frattempo sono diventati grandi protagonisti dell’innovazione nel settore pubblico e privato.

Sin dalle prime intenzioni di Kelley, la d.school si è posta come obiettivo quello di mettere a disposizione di tutti gli interessati le tecniche e i metodi del design thinking per creare esperienze di cambiamento e aiutare le persone a sfruttare il proprio potenziale creativo per risolvere i problemi del mondo.

Per questa ragione, gli insegnamenti della d.school sono aperti al pubblico. Ai suoi corsi possono iscriversi anche persone che non frequentano i percorsi didattici ufficiali del celebre ateneo californiano.

Leggere prima di entrare: la creatività è alla portata di tutti, così come il design thinking

Le prime parole che si leggono quando si arriva sul sito ufficiale della d.school trasmettono un messaggio molto chiaro:

Noi crediamo che chiunque abbia le capacità per essere creativo. La Stanford d.school è un posto dove le persone utilizzano il design per sviluppare il proprio potenziale creativo”.

La missione della d.school consiste nello sfatare il luogo comune che vorrebbe il design quale una disciplina al servizio di pochi privilegiati. Dal momento che chiunque, a modo suo, dispone di qualità creative, il design dovrebbe essere accessibile a tutti. Questo spiega perché le attività di design thinking coinvolgono un’ampia varietà di stakeholder, non soltanto i designer formati accademicamente.

Chiunque, secondo le proprie competenze e il proprio modo di vedere il mondo, può offrire un contributo utile alla causa comune di rendere il mondo un posto migliore, il mondo in cui davvero vogliamo vivere.

La d.school promuove una visione positiva e instancabilmente ottimista del design thinking, trascinata dalla speranza e dall’energia di voler cambiare realisticamente le cose grazie alle tecniche del creative problem solving.

Le otto abilità fondamentali di un mind-set orientato al design thinking

Tradizionalmente il design è stato inteso quale un privilegio per pochi specialisti, che ne hanno appreso i metodi e le tecniche attraverso specifichi percorsi di studi. Attorno alla d.school gravitano alcuni tra i più importanti designer al mondo, per cui non si tratta di mettere in discussione il fondamentale ruolo delle competenze. La d.school ha semplicemente ribaltato la prospettiva, facendo intendere che il reale privilegio consista nella capacità di plasmare il mondo grazie alla creatività.

Il potere del design si ritrova nell’inclusione e nella capacità di coinvolgere tutti gli stakeholder interessati in un processo di cambiamento, ai fini di renderlo realmente rappresentativo. Per sviluppare un mind-set da design-thinker capace di aiutare le organizzazioni nei loro piccoli e grandi processi di cambiamento, la d.school propone di concentrare l’attenzione su 8 abilità fondamentali.

The 8 Design Abilities of Creative Problem Solvers [fonte: d.school - https://dlibrary.stanford.edu/ambiguity/the-8-design-abilities-of-creative-problem-solvers]
The 8 Design Abilities of Creative Problem Solvers [fonte: d.school – https://dlibrary.stanford.edu/ambiguity/the-8-design-abilities-of-creative-problem-solvers]

1 – Navigate ambiguity (Esplorare l’ambiguità)

È l’abilità di riconoscere e soffermarsi sul disagio di non conoscere qualcosa e sviluppare tattiche per superare l’ambiguità quando si rende necessario”.

Il design è per natura una disciplina incerta che cerca fino allo sfinimento soluzioni alternative a problemi continuamente riformulati, sviluppando modelli capaci di adattarsi a scenari ambigui. Le situazioni di incertezza sono facilmente riscontrabili ovunque, nell’ambito di un progetto, di una misura organizzativa o persino quando si tratta di prendere delle decisioni sul piano personale.

La d.school prospetta ai propri studenti delle situazioni ambigue, offrendo loro gli strumenti per cercare di uscirne con soluzioni efficaci. La propensione verso scenari incerti ci riporta al contesto del mondo VUCA (Volatility, Uncentainty, Complexity, Ambiguity), un modello molto ricorrente nell’ambito del futures thinking.

2 – Learn from Others: People and Contexts (Imparare dagli altri: persone e contesti)

Questo significa sviluppare un senso di empatia e adottare punti di vista differenti, per testare con gli altri nuove idee, osservando ed imparando da contesti sconosciuti”.

Secondo la d.school, durante un progetto di design è fondamentale saper riconoscere e sfruttare ogni opportunità di imparare dagli altri, attraverso la pluralità di competenze e punti di vista nei confronti di un problema più o meno noto, rappresentati da scenari spesso non familiari.

Vedere negli altri una risorsa di conoscenza porta a sviluppare una coscienza critica capace di valorizzare gli aspetti di diversità. Soltanto in questo modo sarebbe possibile dare alla progettualità una profondità e un’ampiezza di visione che da soli sarebbe sostanzialmente impossibile da raggiungere.

3 – Synthetize Information (Sintesi dell’informazione)

È la capacità di dare un senso alle informazioni per sviluppare nuove intuizioni e trovare nuove opportunità”.

La trasformazione digitale ci ha prospettati nell’era dei big data. I dati sono la principale risorsa di ricchezza informativa, e non solo, a cui le organizzazioni devono fare riferimento, imparando a raccoglierli, prepararli e analizzarli per generare valore nel rendere più consapevoli e informate le decisioni.

I dati derivano da fonti molteplici, attraverso le forme più varie, sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo. I design thinker devono assumere un approccio analitico nei confronti del dato, acquisendo la capacità di sviluppare e applicare framework.

Questa qualità è molto spesso quella che distingue un design thinker esperto da uno alle prime armi.

Secondo la d.school, la naturale e fondamentale capacità di sintesi delle informazioni è uno degli aspetti più difficili da acquisire per i nuovi studenti, in quanto richiede capacità critiche che si sviluppano soprattutto grazie all’esperienza nell’esplorare le ambiguità.

4 – Experiment Rapidly (Sperimentare velocemente)

Questa abilità consiste nell’abilità di generare rapidamente idee attraverso testi, disegni o prototipi”.

Tale aspetto sintetizza da un lato il fondamentale valore della cultura del fare, dall’altro la capacità di agire fuori dagli schemi tradizionali, in merito a cosa si possa o meno fare. Le idee, come si suol dire, devono volare libere da condizionamenti. Il fare deve guidare il pensiero, ancora prima che il pensiero assuma il controllo dell’azione.

La sperimentazione delle nuove idee viene facilitata da momenti di condivisione creativa con gli altri stakeholder, secondo il principio di imparare dagli altri già descritto nei precedenti punti. Tale processo viene solitamente favorito grazie a tecniche di brainstorming, in cui più soggetti sviluppano idee e concetti a bassa risoluzione, testandone la validità con i potenziali utenti.

5 – Move Between Concrete and Abstract (Muoversi tra il concreto e l’astratto)

Questa abilità comporta la comprensione degli stakeholder e degli obiettivi, per definire le caratteristiche dei prodotti o dei servizi”.

Secondo la d.school, tutto sarebbe in qualche modo connesso. Quando gli studenti lavorano sui nuovi concetti per sviluppare prodotti, servizi ed esperienze, devono essere in grado di contestualizzarli all’interno di un ecosistema più ampio rispetto a quello a cui sono riferiti.

Tale capacità si sviluppa attraverso l’esperienza nel districarsi con successo tra situazioni astratte e generalizzate, attraverso cui comprendere e definire i significati, gli obiettivi e i principi. Al tempo stesso, occorre saper essere sufficientemente concreti nell’identificare in maniera precisa i dettagli e le caratteristiche di ciò che si intende sviluppare, affinché il risultato sappia essere funzionale alle esigenze degli utenti per cui è previsto.

Per questa core ability, la d.school si richiama dichiaratamente al pensiero dei designer Ray e Charles Eames. La loro ricerca, orientata a produrre sedute di qualità ad un prezzo accessibile, ha dato vita a molte delle più iconiche opere di design del Novecento, tuttora nel catalogo dei classici senza tempo di Herman Miller e Vitra.

6 – Build and Craft Intentionally (Costruire e creare consapevolmente)

Questa abilità riguarda la costruzione consapevole: mostrare il lavoro svolto ad un livello di risoluzione appropriato per il pubblico e la risposta che desideriamo ottenere”.

Il mondo del design si traduce in un ecosistema straordinariamente ricco di sotto discipline, ciascuna a sua volta caratterizzata da uno specifico novero di strumenti e tecniche. Conoscerle e padroneggiarle richiede una sensibilità particolare, soprattutto quando ci si riferisce allo human-centered design, il design con approccio-umano centrico, che viene oggi utilizzato dalle aziende per sviluppare prodotti, servizi e soluzioni pensati in funzione delle esigenze dei clienti e della domanda di mercato.

Il tradizionale approccio dall’alto (top-bottom) lascia spazio a quello dal basso (bottom-up). Gli UX designer e i service designer si focalizzano nel creare esperienze pensate per rispondere alle esigenze delle persone. Conoscono il loro pubblico e sanno come rendere le proprie applicazioni facilmente comprensibili, attraverso il consapevole impiego di tecniche e metodi di design.

Allo stesso modo, gli architetti dispongono di tecniche e soluzioni in grado di dare vita a spazi interni ed esterni funzionali alle esigenze dell’abitare tipiche delle culture e delle abitudini a cui si rivolgono. Lo stesso dicasi per l’immunologia, la macroeconomia e tutte le discipline chiamate a costruire esperienze per un pubblico di riferimento. Conoscere le tecniche e saper comunicare al proprio pubblico è una qualità fondamentale per un design thinker, a prescindere dall’ambito di applicazione.

7 – Communicate Deliberately (Comunicare consapevolmente)

E’ l’abilità di formare, catturare e mettere tra loro il relazione le storie, le idee, i concetti, le riflessioni e gli insegnamenti con i pubblici appropriati”.

Quanto espresso al punto precedente vale a maggior ragione quando si tratta di comunicare. Oggi la comunicazione è ovunque, per qualsiasi cosa, in qualsiasi contesto. Saper comunicare è fondamentale. Secondo la d.school, oggi un design thinker non può prescindere dalla conoscenza di quegli strumenti di comunicazione, come lo storytelling, che sappiano trasmettere in maniera appropriata il messaggio che intende divulgare, al pubblico che intende coinvolgere.

La capacità di creare contenuti deve andare di pari passo con la capacità di saperli comunicare, utilizzando le tecniche e gli strumenti più opportuni. Creare video e presentazioni visuali efficaci spesso si rivela decisivo nel conquistare la fiducia di un investitore, quando si tratta di comunicare le qualità di un progetto.

8 – Design your Design Work (Progettare il proprio lavoro di design)

Questa meta abilità riguarda il riconoscimento di un progetto come un problema di design, e quindi saper scegliere le persone, gli strumenti, le tecniche e i processi necessari per affrontarlo”.

L’enunciato della d.school appare più che mai esplicito e richiede soprattutto molta esperienza sul campo. La sola teoria non sarà mai sufficiente per mettere in relazione con successo tutti questi elementi. Occorrono continue intuizioni e la capacità di saper adattare le situazioni già affrontate in precedenza a nuovi contesti, sviluppando soluzioni originali per affrontare e risolvere con successo nuove sfide.

Come applicare le 8 core abilities del design thinking

Partendo dal presupposto che chiunque è per natura creativo, il design thinking può essere applicato a qualsiasi tipo di contesto, per affrontare e trovare soluzioni a qualsiasi problema. Un approccio di design basato sul creative problem solving deve saper sviluppare il pensiero creativo in maniera strutturata e consapevole. Soltanto così saprà dimostrarsi utile a ordinare e risolvere problemi che sono per natura complessi e tendenti al caos.

In tal senso, la d.school propone continuamente approcci e soluzioni, sperimentandoli incessantemente nei progetti didattici. L’obiettivo dell’insegnamento consiste nell’aggiungere al bagaglio di competenze di una persona una serie di tecniche e metodi di design capaci di valorizzare la creatività per creare trasformazioni sorprendenti, difficilmente inquadrabili a priori.

Questo approccio consente in primo luogo di generare un sentimento di fiducia nei confronti della creatività, per cambiare il modo in cui le persone diventano consapevoli di poter avere, con le loro azioni, un impatto reale sul mondo che li circonda.

Secondo la d.school, questo processo di assunzione di consapevolezza avviene essenzialmente in tre situazioni, che riportiamo attraverso la traduzione integrale.

Radical collaboration (Collaborazione a livello radicale)

“Per ispirare il pensiero creativo, riuniamo studenti, docenti e professionisti di tutte le discipline, prospettive e background: quando diciamo radicale, intendiamo radicale! Assumere diversi punti di vista è fondamentale per spingere gli studenti a migliorare il loro design. I nostri metodi si propongono quale un linguaggio condiviso per navigare in maniera consapevole tra gli alti e i bassi delle sfide caotiche che si prospettano”.

Real-world projects (Progetti per il mondo reale)

I nostri studenti vogliono avere un impatto reale nel mondo e noi pensiamo che possano farlo sin da subito. Le nostre classi li sfidano ad affrontare i problemi concreti e attuali, non la teoria di un libro di testo. Lavoriamo continuamente con partner di organizzazioni senza scopo di lucro, aziendali e governative per sviluppare insieme progetti capaci di affrontare le sfide del mondo reale”.

Unbounded problems (Problemi dal potenziale illimitato)

Come nella vita, anche in una classe di d.school non esiste un’unica risposta giusta. I problemi sono complessi e ambigui. Le soluzioni sono incerte e poco chiare. Per questo motivo offriamo agli studenti ampie opportunità di sperimentare e utilizzare la creatività per correre rischi, senza aver paura di fallire. Si tratta un’ottima preparazione per risolvere i problemi del mondo reale, perché è a tutti gli effetti la risoluzione di problemi che appartengono già al mondo reale”.

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Nicoletta Boldrini

Giornalista e divulgatrice indipendente, autrice e speaker, con due anime: tecnologica e umanistica | Analizzo gli impatti delle tecnologie sul nostro futuro | Il mio motto: sempre in marcia a caccia di innovazione | #Tech4Good #Tech4Future

Articoli: 57

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