Lavori del futuro: ecco perché la personalizzazione della user experience sarà in mano agli “artigiani del codice”

Con la diffusione della conoscenza dei linguaggi di programmazione potrebbe prendere piede una nuova categoria professionale, pronta a mettere al servizio del mercato il proprio talento per creare, migliorare, personalizzare o riparare prodotti e servizi digitali. E saranno i Paesi in cui il coding sta venendo introdotto in maniera sistematica nei programmi scolastici quelli che offriranno maggiori chance di intraprendere questa carriera.

Di sicuro gli anglosassoni conieranno un termine più cool, un neologismo come per esempio “craftscoder” (craftsman+coder), che diventerà, in men che non si dica, una buzzword a livello planetario. Ma dal nostro punto di vista l’espressione italiana “artigiano del codice” rende perfettamente l’idea di quali saranno i lavori del futuro, ovvero che cosa sarà chiamata a fare una delle categorie professionali più rilevanti tra quelle che rientrano nel famoso novero del 65% delle occupazioni del prossimo decennio che, secondo il World Economic Forum, ancora non esistono. 

A dirla tutta, se si fa una rapida ricerca sul Web si scopre che il termine “craftscoder” è già stato coniato, ed è il nome, registrato nel 2018, di una minuscola software house del Bangladesh che sui social network si descrive così: “An agile product team that can design, build, ship, and scale your ideas in the most efficient way”.

Progettare, costruire, distribuire e ampliare le idee nel modo più efficiente possibile. E, aggiungiamo noi, senza alcun tipo di limitazione fisica, né tanto meno di barriera geografica. È ciò che nel corso dei prossimi anni, con ogni probabilità, definirà l’attività di un numero sempre maggiore di individui e micro-imprese che in tutto il mondo metteranno al servizio di consumatori, professionisti e utenti aziendali il proprio talento nella programmazione per creare, migliorare, personalizzare o riparare prodotti e servizi digitali. 

A questo proposito, pensiamo che non sia assolutamente un caso il fatto che l’espressione “craftscoder” sia comparsa nel Subcontinente indiano, una delle regioni in cui l’insegnamento dei linguaggi di programmazione fin dall’infanzia è stato preso più seriamente. È quasi scontato dirlo, ma saranno infatti i Paesi in cui il coding sta venendo introdotto in maniera sistematica nei programmi di formazione scolastica quelli che offriranno ai giovani degli anni ’20 maggiori chance di intraprendere questa carriera

Lavori del futuro: di cosa si occuperanno gli artigiani del codice

Che cosa vuol dire, concretamente, essere un artigiano del codice? Andiamo con ordine, facendo una breve premessa. La convergenza delle tecnologie di frontiera con i nuovi modelli di consumo digitale e le facoltà di personalizzazione garantite da IoT, 3D printing e smart products è destinata a produrre una nuova generazione di servizi acquistabili online. 

Con tutto quello che, domani, significherà l’espressione “online”, questi servizi saranno per esempio in grado di potenziare l’estetica e le prestazioni delle automobili che guideremo (o che ci porteranno alla nostra destinazione muovendosi autonomamente), di arricchire di funzionalità i vestiti e i dispositivi che indosseremo, di controllare più efficacemente gli elettrodomestici che ci semplificheranno la vita a casa e, perché no, di amplificare le nostre stesse facoltà corporee, se nel frattempo le protesi bioniche connesse saranno diventate realtà. In altre parole, nel medio termine, gran parte degli oggetti di uso comune avrà una componente digitale che permetterà loro di cambiare aspetto e funzioni in base al codice che li alimenta. E chi scriverà e a distribuirà quel codice nel modo più efficace ed efficiente possibile riuscirà a fare la vera differenza.

Senza ombra di dubbio, saranno in primo luogo i costruttori automobilistici, le griffe e i produttori di wearable e i laboratori specializzati in ambito sanitario a fornire, oltre ai software di base e agli aggiornamenti critici per consentire l’utilizzo corretto e sicuro di ciascun oggetto connesso, upgrade opzionali, acquisti in-app e servizi a valore aggiunto per cucire addosso ai clienti gli smart products. Eppure, nella continua corsa alla customizzazione delle esperienze – e con la crescita esponenziale dei canali che non solo consentono di condividerle, ma anche di venderle – è facile immaginare che ai grandi player si affiancherà un nugolo di sviluppatori indipendenti che introdurrà nel mercato applicazioni o anche solo stringhe di codice capaci di trasformare un prodotto di serie in qualcosa di unico.

La pratica, d’altra parte, esiste già, anche se si tratta di un fenomeno di nicchia: Codester, PieceX, Codecanyon, Sellcodes e Gitmarket sono solo alcuni dei marketplace che permettono agli utenti – per lo più programmatori – di contattare direttamente developer più esperti, i quali mettono a disposizione applicazioni, codici sorgente, plugin, script e temi per aggiungere funzionalità e personalizzazioni alle piattaforme che vanno per la maggiore negli ambiti su cui si sta rafforzando l’economia digitale, dall’e-commerce al Fintech, passando per la Distributed Ledger Technology all’Artificial Intelligence. In molti casi si tratta di item a catalogo, ma non manca la possibilità di inserire richieste specifiche per ottenere prodotti e prezzi ad hoc. Fondamentalmente, gli artigiani del codice sono già tra noi.

Professionisti con computer seduti attorno a un tavolo di legno ovale
 
Lavori del futuro: saranno soprattutto i Paesi dove, attualmente, i governi stanno promuovendo l’insegnamento del coding nelle scuole primarie, quelli che vedranno fiorire la nuova professione.

Gli ambiti in cui potrebbe prendere piede la nuova professione

È a questo punto che occorre fare uno sforzo di immaginazione per dare uno sguardo al futuro. Gli esempi forse più banali riguardano gli ancora pionieristici settori della realtà virtuale e della stampa 3D, rispetto ai quali comunque si assiste già a una discreta affermazione di business basati sulla compravendita online di modelli digitali che, una volta acquistati, possono essere utilizzati a seconda dei casi come elementi peculiari delle esperienze immersive o scaricati sulle stampanti per produrre in proprio oggetti interi e funzionanti, o parti di ricambio.

Se al momento è soprattutto il mondo professionale ad attingere a piene mani a queste risorse, nei prossimi anni – con la diffusione nelle case private di hardware sempre più performanti, economici e affidabili, e con la diminuzione di prezzo dei consumabili – la pratica entrerà nella dimensione quotidiana, specie per quanto riguarda il printing: dagli oggetti di design agli accessori fashion, passando per le parti di ricambio di questi e altri prodotti, è lecito aspettarsi un’esplosione di vere e proprie boutique del 3D, dove i consumatori potranno chiedere agli sviluppatori versioni personalizzate delle referenze in catalogo o modelli inediti realizzati in modo sartoriale.

Ampliando la prospettiva a casi d’uso ancora tutti da inventare, si può pensare alla mobilità e a cosa stanno diventando le automobili, sempre più governate dal software per quanto riguarda sia la qualità della vita a bordo, sia la meccanica. Come detto, è assai probabile – oltre che auspicabile – che siano gli stessi automaker a fornire i programmi di base e tutti gli aggiornamenti del caso: ricordiamo che nel 2019 Volkswagen ha varato, attraverso un piano pluriennale da 8 miliardi di euro e l’assunzione di circa 10 mila developer, la business unit Car.Software, con l’obiettivo di portare lo sviluppo interno del software dall’attuale 10% al 60% entro il 2025.

Ma non stupirebbe affatto se si stringessero partnership con specialisti del coding o nascessero iniziative di customizzatori indipendenti – a patto che siano certificati – col fine di offrire servizi a valore aggiunto ai clienti premium. I quali non si farebbero remore nel richiedere funzionalità personalizzate per l’onboard entertainment o mappature specifiche delle centraline che gestiscono il funzionamento del motore e delle parti meccaniche. 

C’è poi il tema delle potenzialità delle nanotecnologie applicate alle superfici non solo dei veicoli, ma anche dei mobili e degli oggetti di uso comune, per non parlare delle abitazioni. Ora come ora, queste soluzioni sono utilizzate soprattutto in ambito automobilistico per fornire protezione da sporco e intemperie attraverso uno speciale processo di coating. Ma sono già allo studio vernici speciali basate su nanocelle in grado di cambiare colore dopo aver ricevuto determinati stimoli elettrici o tramite reazioni chimiche innescate da cambi di temperatura.

La prima ricerca di rilievo su questo tipo di sviluppo risale al 2015 ed è frutto del lavoro di un team dello Shenzhen Institute of Advanced Technology. Quando la tecnologia diverrà sufficientemente stabile per diventare uno standard di mercato, l’unico limite per rivoluzionare a proprio piacimento le texture di qualsiasi oggetto sarà la fantasia di chi scriverà i codici per controllare le nanocelle. E con la crescita che stanno conoscendo i marketplace digitali e gli app store in tutto il mondo, è più che plausibile ipotizzare che soluzioni del genere saranno caratterizzate dallo stesso potenziale commerciale che hanno oggi i temi e i template con cui, attraverso un semplice clic, gli utenti personalizzano i display e le interfacce di device e programmi.

L’elenco di modelli di business simili che gli artigiani del codice avranno la facoltà di declinare su altri fronti potrebbe essere lungo: basti pensare all’opportunità di collaborare con uno chef e creare un programma di cottura per cucinare l’arrosto perfetto che consenta all’utente di controllare il forno connesso direttamente dallo smartphone; oppure a cosa potrebbe voler dire sviluppare software integrati con sistemi di sensori e di irrigazione automatica per curare vari di tipi di giardino e coltivazioni in base alle condizioni di ciascuna pianta e all’evoluzione del meteo; o ancora alla facoltà di installare sui wearable piattaforme di diagnosi in real time costruite secondo la logica della medicina personalizzata, e quindi messe a punto per analizzare i parametri che misurano specifiche patologie.

Si potrebbero poi citare le applicazioni per droni e gli add-on dedicati ai visori di realtà virtuale e aumentata, e molto altro ancora: le possibilità sono letteralmente infinite, tante quante – auspichiamo – potranno essere le professionalità che nel prossimo decennio si occuperanno di scrivere i programmi. Una cosa è certa: in qualunque disciplina decidano di addentrarsi, gli artigiani del codice dovranno necessariamente sviluppare buone doti di comunicazione per comprendere le esigenze dei propri interlocutori e attivare le partnership giuste con esperti in grado di guidarli in ciascun campo.

Le botteghe del futuro? Social network e digital marketplace

Ma perché insistiamo tanto sul valore dell’individuo – e, quindi, su quello che qui abbiamo chiamato artigiano del codice – anziché limitarsi ad assegnare questo ruolo esclusivamente ai grandi brand o alle software house specializzate? La ragione risiede nella polverizzazione dell’offerta e della domanda innescata dalla moltiplicazione dei touch point online e soprattutto alla rivoluzione dei social network. Ed è a nostro avviso proprio sui social network – probabilmente su piattaforme che ancora devono prendere piede o addirittura esordire – che gli artigiani del codice apriranno le proprie botteghe virtuali o costruiranno partnership con influencer e brand per dare visibilità al proprio lavoro. 

Già oggi piattaforme come Instagram, Pinterest e TikTok si prestano perfettamente a questo tipo di attività, veicolando tramite l’immediatezza e l’interattività dei contenuti pubblicati il merchandise prodotto dalle star dei social, il cui potenziale come strumento di marketing è riconosciuto sia dagli utenti, sia dai consumatori, sia dalle imprese.

Secondo uno studio commissionato da Pinterest alle società di ricerche di mercato db5 and Colloquial Insights, il 73% degli utenti della piattaforma ritiene che i contenuti condivisi dai brand siano utili, a prescindere dal fatto che siano organici o a pagamento, mentre il 61% ha scoperto nuove aziende o prodotti grazie ai pin sponsorizzati, e di questi la metà ha fatto un acquisto dopo averne visto uno. Instagram è attualmente il paradiso delle sponsorizzazioni, visto che alcuni utenti dichiarano di guadagnare fino a 15 mila dollari per i post condivisi che contengono prodotti di marca. D’altra parte, TikTok sta costruendo una rete di partnership facendo leva sulla la piattaforma di Commerce Teespring per consentire ai creators di realizzare e vendere merchandise direttamente dall’app. 

Si sta quindi consolidando un rapporto fiduciario e diretto – garantito dai titolari delle piattaforme – tra utenti e creators, con i primi sempre più disposti a supportare i propri beniamini premiandoli non più solo con like condivisioni, ma anche con moneta – si fa per dire – sonante. Ed è su queste basi, crediamo, che anche gli artigiani del codice troveranno spazi di promozione, interlocuzione e negoziazione con la propria, vastissima platea. 

Le premesse, dunque, ci sono tutte. Cosa manca perché questa visione si trasformi in realtà? La materia prima: una nuova generazione di individui che sappiano manipolare il codice nello stesso modo in cui, oggi, gran parte della popolazione sa esprimersi in modo creativo attraverso i linguaggi analogici. Come detto, saranno soprattutto i Paesi dove attualmente i governi stanno promuovendo l’insegnamento del coding nelle scuole primarie quelli che vedranno fiorire la nuova professione: Israele, Singapore, Filippine, Australia, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti, India, solo per citare alcune delle nazioni che compaiono con maggior frequenza in cima alle classifiche stilate dalle ricerche globali dedicate al tema.

L’ Europa e soprattutto l’Italia per il momento non sembrano ancora riuscire a tenere il passo dei Paesi già in corsa verso il futuro. Ciononostante, la prossima settimana, dal 10 al 25 ottobre, sarà di scena l’ottava edizione della Europe Code Week, un’occasione per fare il punto sulla situazione nell’Unione e promuovere la diffusione della pratica – ma sarebbe meglio dire della cultura – del coding presso la popolazione. Il payoff della localizzazione italiana dell’iniziativa, “Il coding è per tutti, come la scuola” è incoraggiante. Perché prenda piede anche nel nostro Paese la professione dell’artigiano del codice sarà però fondamentale passare dagli slogan ai fatti, e in tempi brevi.

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Massimo Liverti

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