Abbattere il digital gender gap avvicinando le donne alle tecnologie che stanno trasformando il mondo

Il tema delle tecnologie e della parità di genere è al centro, ormai, di una serie di riflessioni e dibattiti, nazionali e internazionali. Nel Report 2020 dell’UNESCOArtificial intelligence and gender equality”, si legge:

Gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale hanno il potere di diffondere e rafforzare stereotipi e pregiudizi di genere, che rischiano di emarginare le donne su scala globale. Considerando la crescente presenza dell’AI nelle nostre società, questo potrebbe mettere le donne nella condizione di rimanere indietro nella sfera lavorativa, economica, politica e sociale

Ma qual è, in tutto questo, la posizione, la reazione delle donne? Che cosa si muove nel mondo femminile per cercare di scavalcare un digital gender gap che rischia di assumere proporzioni sempre più grandi?

La tecnologia può diventare un’arma per dare voce alle donne. Appena una donna ne coglie le potenzialità, esplode. E così, ad esempio, la donna architetto che non trova lavoro in modo tradizionale, crea un proprio blog e inizia a pubblicare contenuti che parlano di sé. Si tratta solo di diventarne consapevoli. Consapevoli del fatto che le tecnologie possono trasformare i nostri talenti nel nostro lavoro, avvicinandoci a saperi, abilità e professioni tradizionalmente (ed erroneamente) ritenuti maschili

Sono le parole di Darya Majidi, esperta di informatica, AI e trasformazione digitale, imprenditrice con, all’attivo, alcune aziende High Tech in Italia e all’estero, fondatrice della comunità Donne 4.0 e autrice dei libri “Donne 4.0” e “Sorellanza Digitale – Femminismo 4.0 tecnologico e inclusivo per una nuova alleanza tra donne e uomini” , con la quale abbiamo cercato di scattare una fotografia dello scenario attuale.

Darya Majidi
Darya Majidi, esperta di informatica, AI e trasformazione digitale, imprenditrice, fondatrice della comunità Donne 4.0 e autrice di libri

Iniziamo con l’inquadrare il problema: perché, in Italia, sono ancora poche le aziende e le startup a conduzione femminile?

Per rispondere a questa domanda, a mio avviso, dobbiamo considerare tre aspetti. Il primo è di tipo quantitativo e ha a che vedere col fatto che, nel nostro Paese, le donne che lavorano sono soltanto il 50% della popolazione femminile, contro il 70% della Germania. Dunque, in Italia, le donne che lavorano sono ancora poche. In secondo luogo, esiste il problema della maternità. Che cosa significa? Che donne talentuose, che potrebbero aspirare a ruoli apicali in azienda, dopo la maternità vengono spesso messe in serie B oppure non rientrano affatto al lavoro. La maternità, in Italia, per come è gestita, è un handicap per la carriera delle donne. Il terzo aspetto, infine, riguarda un certo timore, da parte delle donne, nei confronti dell’assunzione di responsabilità nel lavoro, del farsi carico, in toto, di un progetto, del concetto di potere insito nei ruoli apicali. Atteggiamento, questo, che percepisco durante i corsi e i workshop che tengo e che è legato a una scarsa consapevolezza delle proprie capacità e abilità. Tornando, invece, ai dati numerici, se, dal generale, passiamo al particolare e guardiamo, ad esempio, al mondo delle tecnologie digitali, i numeri scendono ulteriormente e la presenza delle donne diventa solo il 15% della forza lavoro femminile totale.

Quanto incide, su quest’ultimo dato, il fatto sono ancora troppo poche le donne che scelgono corsi di laurea nelle materie STEM – Science, Technology, Engineering and Mathematics?

Incide moltissimo. Anche se c’è da fare una precisazione. Non è del tutto corretto dire che le donne mancano nelle materie STEM. Per quanto riguarda le materie scientifiche – tra cui farmacia e medicina – e matematica, c’è stata, nell’ultimo decennio, un’inversione di tendenza e le donne che, oggi, studiano queste materie sono tante quanto gli uomini, se non di più. Manca l’ultimo scatto, ovvero l’essere presenti anche in quelle materie tipicamente considerate maschili quali Technology ed Engineering. E qui bisogna fare un lavoro culturale che coinvolga la famiglia, la scuola, gli insegnanti – spesso (inconsapevolmente) responsabili di indirizzare le ragazze verso studi differenti rispetto ai loro coetanei – opinion maker e chi legifera, con l’obiettivo di incentivare la presenza delle donne in questi corsi di laurea. Sul perché, ancora oggi, alla fine del 2020, abbiamo questo tipo di scenario, pesa un retaggio culturale che vuole le tecnologie e l’ingegneria materie aride per una donna, poco femminili, insomma. Su quest’asse, le studentesse talentuose si iscrivono al liceo classico, mentre i ragazzi frequentano gli istituti tecnici o il liceo scientifico. Poi, sempre secondo questa logica, “i” più brillanti scelgono le materie scientifiche e “le” più brillanti le materie umanistiche.

Che cosa porterebbero le donne in ambito Tech ed Engineering?

In generale, dove lavorano, le donne portano una diversità di vedute, che non significa fare “meglio” degli uomini, ma essere complementari. Qualche giorno fa, ho scaricato un’App dedicata al benessere, di quelle che misurano la pressione, calcolano le calorie e contano i passi. Quello che ho notato è che quest’App non prende assolutamente in considerazione, per quanto riguarda gli utenti donne, fattori importanti quali il ciclo, la maternità e la menopausa nel definire il loro peso ideale, il regime alimentare o lo schema di esercizi fisici da seguire. Si intuisce, insomma, che chi l’ha sviluppata è un uomo. Del resto, se l’85% della forza lavoro del mondo Tech, compresa dunque l’AI, è fatta di uomini, anche non volendo, il pregiudizio di genere esiste.

Come si esprime il pregiudizio di genere attraverso un algoritmo?

Ad esempio, nel fare recruiting per ruoli apicali e scartare le candidature di donne, semplicemente perché l’algoritmo non è addestrato a elaborare dati relativi al genere femminile e così, quando li incontra, non li riconosce. Si tratta, evidentemente, di un pregiudizio non intenzionale, di un unconscious bias. Il che significa che non c’è una cattiva intenzione all’origine, né il volere punire le donne, ma che chi ha allenato il software non rappresenta il punto di vista femminile e gli ha trasmesso solo dati di genere maschile.

Che differenza esiste tra il pregiudizio di genere espresso da un sistema AI e quello che circola da sempre del mondo reale?

Il nostro è un Paese dalla cultura patriarcale, subita dalle donne per secoli. Cultura che fatica ancora a morire, ma alla quale, nel mondo reale, quando si presenta sotto qualche forma, possiamo opporci. Ma se questa cultura patriarcale entra nei sistemi AI di aziende, banche, mondo del lavoro, App per il benessere, è come se noi donne avessimo un “grande fratello” fatto di uomini, ostile, che ci danneggia, anche se in modo non intenzionale. Le faccio un altro esempio: quello della banca che concede meno credito alle donne rispetto agli uomini, perché l’algoritmo AI utilizzato non prende in considerazione le richiesta da parte del sesso femminile. Certo, in passato, questo accadeva realmente e non “nella macchina”, ma era dovuto a un gap culturale. Ma se a svantaggiare le donne, a discriminarle, non è più il direttore di banca in persona, non è un “fattore umano”, ma un sistema addestrato da uomini, che decide che a tutte le donne al di sotto dei trent’anni non si concede un mutuo, che si fa? È drammatico.

Come si abbatte il digital gender gap?

Fondamentale è il ruolo dei genitori nel dare un imprinting privo di pregiudizi di genere ai propri figli e alle proprie figlie. E poi il ruolo degli insegnanti, della scuola, nel trasmettere valori privi dell’ormai vecchia cultura patriarcale e nell’indirizzare le ragazze verso studi superiori e universitari che le avvicinino al Tech e all’Engineering. Bisogna lavorare tutti, concretamente, alla formazione digitale delle donne, al loro empowerment, ovvero a una maggiore consapevolezza di loro stesse e del proprio valore. Fin dagli anni in cui sono stata Assessore alla Semplificazione e allo Sviluppo Economico del Comune di Livorno, mi sono occupata di formazione. In quel periodo, insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, abbiamo portato la robotica nelle scuole. Negli ultimi anni, invece, mi sto focalizzando sulla formazione dedicata alle donne, che vede al centro quelle competenze, quelle metodologie e tecnologie necessarie ad affrontare le sfide dell’Industria 4.0 e che comprendono competenze strategiche, digitali, competenze soft e competenze manageriali. Con il primo corso “Empowerment e Leadership delle Donne per l’Industria 4.0”, abbiamo formato centinaia di donne e altri corsi sono in programma. E poi ho fondato la Community Donne 4.0, fatta da donne che vogliono supportare altre donne nella costruzione di un network nazionale orientato a incentivare la reale parità nella vita sociale, politica ed economica, attraverso l’espressione dei propri talenti e la diffusione della cultura e degli strumenti digitali e tecnologici. Dobbiamo abbattere il digital gender gap e avvicinare le donne alle tecnologie esponenziali che stanno trasformando il mondo.

La formazione digitale delle donne passa anche attraverso libri dedicati al loro empowerment: che cos’è la “sorellanza digitale”?

Dopo la pubblicazione di “Donne 4.0” nel 2018, “Sorellanza Digitale – Femminismo 4.0 tecnologico e inclusivo per una nuova alleanza tra donne e uomini” è il mio secondo libro, disponibile solo su Amazon. L’ho scritto durante il lockdown, in un momento di profonda riflessione su come giungere a una reale uguaglianza, parità ed equità tra i generi, su come creare una nuova alleanza tra uomini e donne, per trasformare il mondo in un posto migliore. Nel libro presento le 6 C che penso possano cambiare il mondo: Consapevolezza, Cultura, Community, Competenze, Cuore e Coraggio. E aggiungo un’ultima considerazione. Noi donne, per prime, dovremmo smetterla di essere in battaglia tra di noi. Basta Eva contro Eva. Empower women: questo è il valore alla base della nostra Community. E chi è più grande e con più esperienza, deve prendere per mano le più giovani e accompagnarle verso una nuova consapevolezza e un nuovo potere.

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Paola Cozzi
Giornalista dal solido background acquisito lavorando presso i più prestigiosi Editori italiani | Ventidue anni di esperienza nello sviluppo di prodotti editoriali b2b, cartacei e digitali | Vent'anni alla direzione di una testata b2b in tema di Sicurezza anticrimine di tipo fisico | Attualmente si dedica al Giornalismo Digitale ed esplora nuove tecniche e nuovi stili di comunicazione

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