BANI: cos’è il nuovo modello dei futures studies che “supera” il VUCA

Il modello VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) contestualizza ormai da molti anni lo scenario entro cui si svolgono gli studi di futuri (futures studies), disciplina consolidata entro cui si cerca di ottenere un’anticipazione di ciò che potrà accadere nel medio e lungo periodo, prevalentemente nei contesti di natura economica e sociale.

In tempi recenti al famigerato VUCA si è affiancato un nuovo modello, il BANI (Brittle, Anxious, Non-linear, Incomprehensibile) che promette di offrire una modellazione di scenari più moderna ed attuale rispetto al VUCA, i cui presupposti originali risalgono ormai agli anni Ottanta, quando a livello globale la situazione era profondamente differente rispetto a quella che stiamo attualmente vivendo, sia dal punto di vista tecnologico che per quanto concerne gli aspetti socio-economici, per non parlare della situazione a livello geopolitico.

Vediamo dunque quali novità introduce il modello BANI, cosa lo differenzia rispetto al VUCA, nell’ottica di comprendere se effettivamente saprà imporsi quale suo successore o sia maggiormente auspicabile attendersi una pacifica coesistenza, nell’ottica di migliorare sempre più l’efficacia degli scenari in cui vengono contestualizzati i futures studies.

BANI (Brittle, Anxious, Non-linear, Incomprehensible): cos’è il nuovo modello di riferimento dei futures studies

Era il 2020, quando nel pieno della pandemia Covid-19, Jamais Casco (Institute For The Future) ha pubblicato Facing the Age of Chaos, un testo estremamente prezioso in cui il futurista riflette sulle motivazioni che vedrebbero per certi versi superato il modello VUCA, proponendo un’alternativa concreta: il modello BANI, acronimo di Brittle, Anxious, Non-linear, Incomprehensibile.

In un passaggio particolarmente emozionale, Casco afferma che:

L’attuale momento di follia politica, disastri climatici e pandemia globale dimostra l’esigenza di un nuovo modo di dare senso al mondo, il bisogno di un nuovo metodo o strumento per osservare le forme di questa era del caos. I metodi che abbiamo sviluppato nel corso degli anni per riconoscere e dare una risposta agli eventi dirompenti appaiono sempre più inadeguati, quando il mondo sembra precipitare. È molto difficile osservare un’immagine a livello generale, quando tutto sembra colorato al di fuori delle linee”.

In particolare, Jamais Casco ritiene che lo scenario in cui attualmente viviamo vada ben oltre i canoni dell’incertezza previsti dal VUCA, sfociando nel vero e proprio caos, al punto di necessitare un nuovo framework di riferimento. La sua proposta in tal senso è il BANI, volutamente improntata su quattro concetti in modo da enfatizzare in maniera molto decisa le differenze con il consolidato VUCA.

Vediamo nel dettaglio in cosa consistono Brittle, Anxious, Non-Linear e Incomprehensibile

La “B” di Brittle

Brittle può essere fedelmente localizzato come fragile, soprattutto se si tratta di esprimere qualcosa che può crollare all’improvviso, con conseguenze anche catastrofiche, soprattutto senza dare alcun segnale di preavviso. Ciò può avvenire per vari motivi.

Un materiale fragile può essere caratterizzato da buone caratteristiche meccaniche, ma essere soggetto ad una rottura immediata, senza manifestare in precedenza i segnali che possono far presagire ad un collasso.

I sistemi fragili spesso crollano improvvisamente quando tendono verso un regime di massima efficienza, di natura speculativa, per cercare di ottenere il maggior quantitativo possibile di denaro, potere, cibo o forza lavoro da un determinato scenario applicativo.

In senso ampio, un sistema fragile è un sistema che latita in termini di resilienza. Un esempio potrebbe essere caratterizzato da un’economia basata su una sola risorsa, come una monocultura, che può diventare improvvisamente obsoleta a fronte di un cambiamento dirompente, ad esempio a livello tecnologico, nel mercato che riforniscono. Le organizzazioni e le comunità che basano la loro sussistenza su una monocultura rischiano di collassare se l’unica risorsa a cui fanno riferimento dovesse improvvisamente essere soggetta, per qualsivoglia motivo, ad un crollo della domanda.

In senso opposto, potremmo rilevare la fragilità di una supply chain che vede provenire una determinata risorsa da un’unica fonte. Si tratterebbe di una condizione non resiliente, perché la mancanza di alternative, in caso di crisi dell’offerta, potrebbe determinare il crollo dell’intero sistema.

Il concetto di fragilità non è assolutamente nuovo nel corso della storia. Potremmo citare vari esempi di carestie e disastri che hanno condizionato pesantemente un contesto locale. Tuttavia, oggi, nell’era della digitalizzazione globale, la fragilità sta assumendo caratteri molto più generalizzati, coinvolgendo l’intero sistema geopolitico, economico e tecnologico.

Una crisi globale derivante da un fenomeno di fragilità rischia attualmente di compromettere anche l’equilibrio di quei contesti che, almeno a livello geografico, non avrebbero nulla a che spartire con i luoghi dell’incidente e che, da un punto di vista tradizionale, non avremmo correlato direttamente.

Energia, cibo e mercato globale sono soltanto alcuni esempi di risorse che possono dare luogo a fenomeni di fragilità, soprattutto quando entrano in gioco dinamiche puramente speculative, sempre più determinate a trarre il massimo profitto possibile, a fronte di enormi rischi di collasso per una evidente mancanza di sostenibilità. Dal momento che questi sistemi fondamentali sono spesso tra loro interconnessi, una crisi rischia di generare un collasso a livello globale, in maniera peraltro difficilmente prevedibile, sia nelle tempistiche, sia nella magnitudo.

La “A” di Anxious

La sensazione di ansia è solitamente riconducibile ad uno stato di profonda incertezza, a cui viene associata la paura di sbagliare, qualsiasi possa essere la decisione intrapresa, generando stati d’animo negativi come la depressione. Secondo Jamais Casco, un mondo Anxious è “Il mondo in cui ogni possibile evento o decisione appare potenzialmente disastrosa”.

La reazione all’ansia potrebbe ad esempio essere quella di rifugiarsi in una dimensione protettiva, evitando di ascoltare le notizie che prevengono dal mondo, dando per scontato che più che di tragedie o catastrofi non possano trattare.

Una delle conseguenze dello stato di ansia coincide con l’assunzione di un atteggiamento passivo nei confronti delle cose, determinato alla perenne paura di prendere decisioni sbagliate, il che porta a rinunciare del tutto a qualsiasi assunzione di responsabilità.

Senza entrare in questa sede nel merito delle ragioni, i media molto spesso alimentano di proposito uno stato di ansia a livello collettivo. Ne abbiamo avuta una dimostrazione palese durante la pandemia Covid-19. Il titolo ad effetto prevale spesso sull’accuratezza e sulla veridicità dell’informazione che viene presentata al pubblico.

La disinformazione generalizzata contribuisce ad accrescere una condizione di ansia in grado di autoalimentare ulteriore disinformazione, soprattutto per quanto concerne l’impiego dei social media. Gli esempi di tutto ciò sono continuamente intorno a noi: esagerazioni mediatiche, bufale, errori a livello scientifico e fake news. Il tutto contribuisce ineluttabilmente a generare uno stato di ansia da cui è oggettivamente difficile sottrarsi.

Il clima di caos che si genera favorisce chi approfitta in maniera speculativa della disinformazione, per manipolare le masse in modo da assecondare i propri interessi. In questo contesto, in cui si dice tutto ed il contrario di tutto, diventa anche difficile capire a chi credere e si finisce molto spesso per credere alla prima cosa che si legge o si sente dire, senza preoccuparsi di effettuare un doveroso fact checking.

L’ansia genera, in termini generalisti, la totale perdita del controllo sulle cose e sugli eventi che in un contesto tradizionale si dava persino per scontato.

La “N” di Non-linear

Una situazione di non linearità è quella in cui si perde la connessione tra causa ed effetto, oppure questa tende ad assumere effetti anomali o palesemente sproporzionati, fuori da ogni logica.

In un mondo non lineare, le azioni intraprese risultano spesso del tutto sbilanciate nelle loro conseguenze. Una decisione che pare circoscritta ad un evento di portata limita può infatti innescare delle conseguenze con una ricaduta molto ampia, sia in senso positivo che con effetti nefasti.

Per contro, è possibile assistere a situazioni in cui si investono moltissime risorse per ottenere risultati del tutto marginali, ben inferiori alle aspettative prefissate.

Jamais Casco ha formulato il framework BANI durante i giorni più difficili della pandemia Covid-19, che ha preso come riferimento per esemplificare la natura di un fenomeno di natura non lineare. Oltre ad essere intervenuta all’improvviso, in maniera del tutto imprevedibile, la pandemia ha infatti generato una situazione di caos a livello globale per via della non linearità tra le decisioni prese per limitarla e gli effetti sul piano dei contagi.

La condizione di evidente squilibrio si è vista in varie circostanze, in cui la circolazione virale e l’andamento delle infezioni sono state periodicamente limitate in alcuni contesti per esplodere a livello globale.

Il cambiamento climatico, secondo Casco, è un altro esempio di fenomeno non lineare, in quanto gli effetti a cui assistiamo non sono graduali. Il riscaldamento globale ha accelerato notevolmente la propria entità rispetto alle previsioni degli scienziati, così come gli eventi meteorologici manifestano conseguenze sempre più estreme rispetto alle condizioni note alla climatologia.

Le conseguenze del cambiamento climatico appaiono notevolmente sbilanciate ed aprono l’indagine verso situazioni finora ignote. Ciò a cui stiamo assistendo è con ogni probabilità il risultato delle continue emissioni di carbonio nell’atmosfera che dura ormai dagli anni Settanta del secolo scorso, ma il sistema globale ha manifestato un’inerzia di natura non lineare. Non vi è stata una situazione di progressivo e lineare peggioramento.

Le conseguenze del cambiamento climatico non sono state immediate. Per decine di anni non è successo quasi nulla di particolarmente rilevante, poi la situazione è precipitata all’improvviso, in una condizione che lo stesso Jamais Casco definisce come “isterica”, per via di una lunga latenza tra la causa e l’effetto.

Questa condizione alimenta un sentimento di notevole rammarico in merito al mancato rispetto del protocollo di Kyoto, un’intesa a livello interazionale che avrebbe dovuto riportare i livelli di emissione entro certi limiti, ritenuti più sostenibile per il pianeta, ai fini di contenere il riscaldamento globale. Tutto ciò non è avvenuto, sia per ragioni di natura speculativa, sia perché non si intuivano le conseguenze drammatiche che molti scienziati avevano prospettato e che sono puntualmente intervenute successivamente.

I fenomeni di non linearità sono spesso legati all’irrazionalità dell’uomo nel prendere determinate decisioni e la riprova avviene in moltissimi ambiti, in cui si assiste ad una evidente sproporzione tra causa ed effetto. È il caso del terrorismo internazionale, della crescente cybercriminalità, delle speculazioni finanziarie ed altri fenomeni dalla conseguenze non lineari, che sono sempre più causa di evidenti crisi a livello globale.

Se la non linearità è in ogni caso un concetto riconosciuto a livello biologico, i tempi che stiamo vivendo ci pongono di fronte a scoperte da un lato affascinanti, dall’altro notevolmente preoccupante.

La “I” di Incomprehensible

Oggi assistiamo sempre più frequentemente ad eventi e decisioni che appaiono del tutto illogiche e prive di senso, il che, secondo Jamais Casco, porta inevitabilmente a porsi delle domande: “Perché l’hanno fatto? Come è successo? Proviamo a cercare delle risposte, ma sono le domande stesse a non avere alcun senso. Quando andiamo alla ricerca di ulteriori informazioni, non sempre riusciamo ad acquisire un maggior livello di conoscenza. L’utilizzo di una maggior quantità e varietà di informazioni spesso può essere controproducente, rendendo più complessa la distinzione tra il rumore e i segnali. L’incomprensibilità è, a tutti gli effetti, lo stato finale del sovraccarico di informazioni”.

I fenomeni incomprensibili si presentano di varia natura, a cominciare dalla natura stessa dei processi, che in certe situazioni appaiono compromessi, eppure funzionano regolarmente. Nel caso dei un software, capita spesso che un programmatore provi a migliorare una struttura di codice contorta e poco efficiente, finendo per compromettere una funzionalità che prima veniva tuttavia garantita. Molte volte è difficile dare una spiegazione logica a certi fenomeni, al punto che si finisce per assumerli quali un dato di fatto.

Secondo Casco, l’incomprensibilità sarebbe per certi versi intrinseca al funzionamento dei sistemi di machine learning e di intelligenza artificiale. Man mano che questi sistemi si fanno sempre più complessi, diventa sempre più difficile spiegare gli effetti delle loro decisioni. Si finisce molto spesso per accettare un risultato che appare valido, rinunciando a comprendere fino in fondo le dinamiche che lo hanno generato.

La questione ha inoltre una ricaduta di carattere etico, e i sistemi di regolamentazione delle AI hanno iniziato a porsi concretamente il problema della cosiddetta explainability, la capacità di spiegare come gli algoritmi arrivano a prendere determinate decisioni a partire dall’apprendimento automatico da una base di dati.

L’enigma dell’incomprensibilità non si manifesta infatti soltanto sul piano puramente tecnologico, ma rischia di avere serie ricadute a livello sociale ed economico, qualora una AI prendesse decisioni discutibili in merito a questioni razziali, sessuali e in qualsiasi altra natura di carattere discriminatorio. È il motivo per cui gli specialisti dei dati lottano ogni giorno per prevenire i bias nelle conclusioni dei sistemi di apprendimento automatico.

Tuttavia, secondo il punto di vista di Jamais Casco, è sempre opportuno considerare come ciò che appare incomprensibile oggi, non è detto che lo sia per sempre.

Perché il modello VUCA è ritenuto superato da alcuni futuristi?

La posizione espressa da Jamais Casco nel suo Facing the Age of Chaos ha finito inevitabilmente per dividere gli addetti ai lavori, anche se molti futuristi hanno sostenuto ed argomentato il pensiero del futurista dell’IFTF.

L’esigenza di un framework come il BANI, secondo Casco, deriva in primo luogo dal fatto che

Il VUCA è acronimo di Volatile, Uncertain, Complex e Ambiguous. Un termine che è stato alla base di un framework molto utile nei decenni scorsi. Ha sottolineato la difficoltà di prendere delle buone decisioni in un paradigma di frequenti e confusi cambiamenti nella tecnologia e nella cultura […] Oggi questi sono diventati concetti molto comuni, alla base di qualsiasi attività strategica e di pianificazione”.

Secondo Casco ormai si darebbe quasi per scontato che i futuri possibili corrispondano alle condizioni che compongono il VUCA. Il problema sarebbe piuttosto dato dal fatto che oggi la realtà in cui viviamo appare profondamente più caotica ed incomprensibile rispetto al contesto in cui è stato originariamente formulato e si è evoluto il framework VUCA, che per tali ragioni risulta obsoleto, per quanto chiaro e comodo nel suo utilizzo, ormai ampiamente consolidato e diffuso nei futures studies:

Usare il VUCA – spiega Casco – per descrivere la realtà come un sistema volatile o ambiguo non ci dice assolutamente nulla di nuovo […]. Con l’emergere di un nuovo paradigma, ci serve un nuovo linguaggio. Se accantoniamo il VUCA, ritenendolo insufficiente, continua a servirci un framework che non dia soltanto un senso alle decisioni nel presente, ma consideri soprattutto la conseguenze e le evoluzioni che queste comportano. Quali sono gli strumenti che ci consentiranno di comprendere il caos?”.

Da una possibile risposta a questa domanda, è stato formulato il framework BANI.

VUCA e BANI, utili entrambi come differenti punti di vista nella stessa visione di futuro

Se nella sua formulazione originale Casco ha introdotto il BANI come una reazione alla presunta obsolescenza del VUCA, non è tuttavia logico dedurre che i due framework debbano per forza porsi in maniera antagonistica. Entrambi possono risultare degli strumenti assolutamente validi, a seconda dell’effettiva contestualizzazione.

Non possiamo infatti negare che come il VUCA aiuti a padroneggiare i fenomeni di volatilità, incertezza, complessità e ambiguità di un determinato scenario di futuro, il BANI può al tempo stesso aiutare a comprendere in maniera più dettagliata le conseguenze di determinate decisioni nel presente.

VUCA e BANI possono pertanto coesistere, se opportunamente contestualizzati, per assistere i futuristi nell’anticipazione dei futuri possibili, ai fini di ottenere una maggior consapevolezza nei confronti di scenari sempre più caotici e difficili da comprendere, non soltanto da prevedere.

Il BANI non cerca risposte, ma soprattutto reazioni

Secondo Jamais Casco, la natura indefinita verso cui si approccia il BANI renderebbe complesso giungere a risposte definite. Sarebbe piuttosto logico innescare delle reazioni nei confronti delle situazioni caotiche e incomprensibili che vengono prese in considerazione.

Casco afferma con decisione che:

Almeno a livello superficiale, le componenti dell’acronimo suggeriscono le opportunità per una risposta. La fragilità (brittleness) può ritrovare la resilienza; l’ansia (anxious) può essere ridotta con l’empatia; la non linearità (non linearity) richiede contestualizzazione e flessibilità; l’incompensibilità (incomprehensibility) richiede soprattutto trasparenza ed intuizione. […] Possono apparire più reazioni che risposte, ma suggeriscono il mondo attraverso cui le risposte potrebbero essere trovate”.

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Nicoletta Boldrini

Giornalista e divulgatrice indipendente, autrice e speaker, con due anime: tecnologica e umanistica | Analizzo gli impatti delle tecnologie sul nostro futuro | Il mio motto: sempre in marcia a caccia di innovazione | #Tech4Good #Tech4Future

Articoli: 58

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