Cos’è la Blockchain, come funziona, gli esempi, le applicazioni e le potenzialità

Blockchain è un termine sempre più ricorrente nel contesto dell’innovazione. Notoriamente associata alle criptovalute, come il celeberrimo Bitcoin, la Blockchain rappresenta un modello tecnologico che può dare luogo a moltissime applicazioni, di cui abbiamo molto probabilmente già usufruito tutti in questi anni, pur senza esserne direttamente consapevoli.

Per cogliere le enormi potenzialità delle Blockchain in ambito crypto ed esplorare le ragioni per cui ha già iniziato a rivoluzionare molti altri ambiti di business, è essenziale collocare il suo paradigma tecnologico in un contesto in continua evoluzione, dove concorrono i contributi di discipline quali la matematica, l’informatica, l’ingegneria, il diritto, l’economia e la filosofia.

Relativamente semplice nei concetti, quanto complessa a livello puramente tecnologico, la Blockchain è un argomento di innovazione che molti esperti ritengono possa rivelarsi tanto dirompente quanto lo è stata la tecnologia di internet a partire dagli anni Novanta, con le applicazioni del World Wide Web e la loro implementazione sui dispositivi informatici che utilizziamo quotidianamente. Questa volta nel mirino non c’è soltanto il nostro modo di comunicare, ma il naturale sistema di relazioni, che ci porta ad effettuare scambi e transazioni negli ambiti più disparati. Vediamo dunque quali sono le origini della Blockchain, cercando di scoprire le basi del suo funzionamento e cosa occorre affinché possa a tutti gli effetti considerarsi una tecnologia di riferimento.

Indice degli argomenti

Cos’è la Blockchain e a cosa serve

Per introdurre l’argomento Blockchain, possiamo prendere in prestito la definizione di Wikipedia, che descrive la Blockchain (catena di blocchi) come:

una struttura di dati condivisa e immutabile. È definita come un registro digitale le cui voci sono raggruppate in blocchi, concatenati in ordine cronologico, e la cui integrità è garantita dall’uso della crittografia. Sebbene la sua dimensione sia destinata a crescere nel tempo, è immutabile in quanto, di norma, il suo contenuto una volta scritto non è più né modificabile né eliminabile, a meno di non invalidare l’intera sequenza di blocchi

A cosa serve la Blockchain? Innanzitutto, per ciò per cui è nata, come vedremo in maniera specifica nel paragrafo successivo, ossia per creare e gestire il flusso delle criptovalute. Una tecnologia a registro distribuito consente, però, di gestire i dati e le transazioni anche per altri scopi, come la gestione dei contratti (smart contract) e, più in generale, per tutte le applicazioni distribuite che possono trovare luogo su una Blockchain pubblica o privata.

Anche se la Blockchain, come la intendiamo ora, è una tecnologia non soltanto emergente, ma giovanissima, dal momento che ha poco più di dieci anni di vita, ne esistono già almeno tre generazioni, fondate, in particolare:

  • Blockchain 1.0: è il caso di Bitcoin, la Blockchain per autonomasia, dove tutto ebbe inizio, con un focus orientato principalmente alla creazione e alla gestione dei servizi legati alla sua omonima criptovaluta (BTC). Oltre a Bitcoin esistono moltissime altre criptovalute, per seguirle è sufficiente avvalersi di un explorer come blockchain.com o btc.com, siti specializzati nel seguire l’andamento di una o più Blockchain. Esistono inoltre delle piattaforme di trading, gli exchange, che consentono di acquistare e vendere i Bitcoin e le altre criptovalute, accettando sempre più spesso anche un controvalore in valuta emessa da banche centrali
  • Blockchain 2.0: è il caso di Ethereum, che oltre alla criptovaluta Ether (ETH) offre una vera piattaforma di servizi open source basati sulla blockchain, che dà ad esempio modo di creare e validare nei blocchi della catena i cosiddetti smart contract, sempre più utilizzati per gestire transazioni automatizzate, oltre alla traduzione digitale dei contratti tradizionalmente in essere. Il suo funzionamento di base è in ogni caso sempre riferito alla struttura a blocchi tipica di una Blockchain. Sembra già storia, ma Ethereum è stata fondata soltanto nel 2015, dall’allora ventunenne programmatore russo Vitalik Buterin e ad oggi vanta la seconda più alta capitalizzazione dopo il capostipite Bitcoin
  • Blockchain 3.0: la terza grande stagione evolutiva non mira a sostituirsi alle precedenti. Si tratta di nuove blockchain che nascono per superare i limiti delle prime due generazioni, ottimizzando fasi e processi, oltre ad introdurre servizi essenziali a condizioni sempre più vantaggiose per le aziende e gli utenti finali, supportando altri contesti applicativi, come nel caso della Internet of Things (IoT). Tra i nomi più celebri in questo contesto troviamo Lighting Network, IOTA, Cardano e tantissimi altri che non sono per forza legati a doppio filo con una criptovaluta, mirando piuttosto ad accentuare le applicazioni digitali (D-Apps) introdotte dalla seconda generazione di Blockchain. Cercare di sintetizzare in questa sede un elenco sarebbe oltremodo riduttivo e limitante nell’espressione della varietà applicativa di una tecnologia tanto affascinante quanto ancora incredibilmente acerba dal punto di vista tecnologico
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A cosa serve la Blockchain? A creare e gestire il flusso delle criptovalute. Ma una tecnologia a registro distribuito consente di gestire i dati e le transazioni anche per altri scopi, come la gestione dei contratti (smart contract) e, più in generale, per tutte le applicazioni distribuite che possono trovare luogo su una Blockchain pubblica o privata.

Da dove nasce la Blockchain (la storia dei Bitcoin)

Abbiamo esordito affermando che la Blockchain è molto spesso associata alle criptovalute, ed in particolare a Bitcoin. La ragione è molto semplice: la Blockchain è nata con Bitcoin, con l’annuncio urbi et orbi del 31 ottobre 2008, quando il misterioso Satoshi Nakamoto inviò un paper nella mailing list del gruppo Cypherpunk, dal titolo: “Bitcoin: un sistema di moneta elettronica peer-to-peer”.

Nei vari paragrafi che seguiranno, comprenderemo meglio i significati di questa terminologia, prendendo Bitcoin quale riferimento per descrivere il funzionamento di una Blockchain. Ora cerchiamo di comprendere la portata rivoluzionaria del pensiero di Nakamoto, indispensabile per cogliere la differenza tra un sistema di controllo centralizzato ed un modello peer-to-peer, assolutamente decentralizzato e non controllabile dai regolatori tradizionali.

Il 2008 ha coinciso con una gravissima crisi economica, culminato con il clamoroso fallimento di Lehman Brothers, uno dei principali gruppi finanziari americani. Per far fronte a questa crisi, che ha comportato la rovina di molti risparmiatori, le banche centrali hanno fatto ampio ricorso alla stampa di nuovo denaro, utilizzare ricapitalizzare le banche private in difficoltà.

Se da un lato questo procedimento ha consentito di rilanciare progressivamente l’economia, grazie alla disponibilità di nuovi liquidi, dall’altro ha creato un enorme aumento dell’inflazione, che coincide con la perdita del potere di acquisto del denaro. Nakamoto e il collettivo Cypherpunk cercavano una reazione al sistema speculativo dei giganti della finanza mondiale e per farlo hanno intuito l’esigenza di una forma di denaro alternativa che non fosse censurabile dai regolatori e non fosse inflazionabile grazie a manipolazioni destinate puntualmente a mandare in rovina i risparmiatori, chiamati a rispettare le regole di un gioco impari.

Scomparso dai radar ormai da diversi anni, Satoshi Nakamoto non corrisponde ad un’identità riconosciuta, è stato piuttosto lo pseudonimo di una singola persona o di un vero e proprio movimento interessato a rivoluzionare il modo di intendere ed utilizzare il denaro, rendendolo del tutto indipendente dal sistema di controllo delle banche centrali.L’ipotesi collettiva è forse la più probabile, se si considera la complessità e la straordinaria portata di un progetto visionario e tecnologicamente raffinato come quello di Bitcoin.

Uno degli obiettivi di Bitcoin consiste nel creare un sistema digitale capace di ereditare le caratteristiche dell’antica moneta d’oro, il cui valore è direttamente correlato alla rarità di una risorsa come il metallo utilizzato, difficilmente inflazionabile e capace di dare luogo ad un sistema di scambio in cui può essere garantito il totale anonimato, dal momento che l’unica condizione è data dal possesso della risorsa stessa.

Anche dal punto di vista lessicale, minare Bitcoin, il processo con cui si crea la moneta digitale, esprime dichiaratamente la metafora dell’estrazione mineraria, ed è la ragione per cui Satoshi Nakamoto ha previsto un limite di soli 21 milioni di unità frazionabili, rilasciate in quantità progressivamente sempre inferiore, in modo che la scarsità di nuova risorsa venga gradualmente compensata dalla crescente domanda generale. Questa dinamica, ad oggi fortemente condizionata dalle oscillazioni del mercato, consentirebbe di limitare l’inflazione che il rilascio di continua moneta sulla base della continua domanda inevitabilmente comporta, sfuggendo del tutto alle intenzioni dei risparmiatori.

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Uno degli obiettivi di Bitcoin consiste nel creare un sistema digitale capace di ereditare le caratteristiche dell’antica moneta d’oro, il cui valore è direttamente correlato alla rarità di una risorsa come il metallo utilizzato, difficilmente inflazionabile e capace di dare luogo a un sistema di scambio in cui può essere garantito il totale anonimato.

Per creare Bitcoin, Satoshi Nakamoto ha inventato un modello tecnologico basato su vari elementi già disponibili, tra cui la crittografia informatica e le reti peer-to-peer, in quegli anni molto in voga per via di applicazioni come Bittorrent, il cui fondatore Bram Cohen era peraltro membro attivo del collettivo Cypherpunk, insieme a molti altri tecnologi ed attivisti, tra cui Julian Assange (Wikileaks), successivamente diventato noto alle cronache internazionali per via della vicenda relativa alla pubblicazione di documenti riservati, testimonianti alcuni crimini di guerra commessi dai militari americani in Iraq. Particolare che ha dato il via ad una persecuzione giudiziaria che continua tuttora, ben lungi dall’essere risolta.

Esistono molte analogie tra Bitcoin e Bittorrent, a partire dalla dimostrazione pratica che i sistemi decentralizzati esistevano e funzionavano già da diverso tempo sulla rete internet, ben prima della notte di Halloween del 2008, quando Satoshi Nakamoto ha dato il via ad una nuova era del digitale, con un progetto che molto probabilmente è già andato oltre ogni sua più rosea immaginazione.

In origine, lo scambio su internet dei file multimediali in rete era prerogativa di sistemi come Napster, delle vere e proprie aziende con una sede legale definita e dei server facili da spegnere dalle autorità, sulla base di eventuali azioni giudiziarie. I client Torrent, come Kazaa, piuttosto che eDonkey o eMule basavano il loro file sharing su reti decentralizzate, costituite da molti server (nodi) peer-to-peer, dove tutti gli utenti si connettono per scaricare e condividere a loro volta i file.

Bitcoin eredita in buona parte le logiche di Bittorent, conformandole in maniera totalmente differente, per adattarsi alla natura di una criptovaluta. Va inoltre precisato come, a dispetto dei sistemi di file sharing multimediali, Bitcoin appare del tutto legale sia nel sistema di distribuzione che nei contenuti, dal momento che le transazioni validate nei blocchi della sua catena e la criptovaluta stessa sono assolutamente originali ed esclusivi, senza possibilità di ledere i diritti di terzi.

Con questo sistema decentralizzato e autoregolamentato, Bitcoin sfugge costantemente al controllo dei regolatori tradizionali, che sarebbero altrimenti intervenuti con atteggiamenti censori. L’idea di una moneta digitale privata non era del resto nuova, ci avevano provato in parecchi, come Paypal nelle sue prime intenzioni, ma finché si sono basate su un sistema centralizzato, le nuove valute sono state facile preda di atteggiamenti ostativi. Per il noto principio del se non puoi combatterli fatteli amici, i giganti della finanza potrebbero acquisire tutti i Bitcoin disponibili, ma non riuscirebbero a condizionarne in alcun modo il sistema di autoregolamentazione open source che ne sta alla base.

All’atto pratico, pur avendola creata ed elevata ad una popolarità straordinaria nell’attuale geografia tecnologica, Bitcoin dipende dalla Blockchain soprattutto per un fattore essenziale: la catena di blocchi unita come un domino in ordine cronologico, che porta tutti i validatori coinvolti a condividere la stessa versione delle transazioni contenute, evitando il famigerato double spending e i tentativi di contraffazione e manipolazione che potrebbero intervenire all’interno di un sistema di fatto autoregolamentato. Per il resto, le storie di Bitcoin e della Blockchain sono ancora tutte da scrivere ed il futuro che le aspetta sarà sempre meno caratterizzato da una dipendenza reciproca.

Classificazioni: le differenze tra Blockchain pubbliche e Blockchain private

Bitcoin è quella che viene definita una Blockchain pubblica, cui chiunque può accedere, accettando in maniera incondizionata le regole del gioco, basate su un meccanismo di consenso distribuito. Non sempre questo è necessario, al punto che diventa opportuno fare una distinzione a monte tra la governance delle Blockchain pubbliche e i modelli delle Blockchain private, in cui molto spesso diventano prioritari altri fattori.

Cosa sono le unpermissioned (o permissionless) Blockchain

Altrimenti note come pubbliche, le Blockchain permissionless sono basate su registri cui a chiunque è consentito accedere, al punto che ogni nodo della rete ne conserva una copia integrale. Sono per natura decentralizzate e governate dalla regola del consenso distribuito, per impedire a chiunque di diventarne proprietario in maniera esclusiva e di esercitare un controllo diretto, come la censura di una transazione.

Un esempio pratico della pubblicità? Collegandosi al link, chiunque abbia una cinquantina di GB di spazio libero su disco può scaricarsi l’intero archivio di Bitcoin, seguendo le semplici istruzioni sull’apposito thread del forum ufficiale

Le Blockchain pubbliche sono particolarmente indicate laddove vi sia una fondamentale esigenza di immutabilità e sicurezza, come nel caso delle criptovalute, dei contratti di proprietà, piuttosto che di un catasto terreni o fabbricati.

Le permissioned Blockchain

Altrimenti note come private, le Blockchain permissioned sono regolate da un invito, strettamente condizionato dall’accettazione di determinate regole. La prima differenza evidente rispetto al modello pubblico è dunque caratterizzato dalla mancanza di anonimato dei partecipanti.

Se nel modello pubblico la fiducia è garantita dal mining, ossia la prova di lavoro necessaria per validare i blocchi delle transazioni, nel modello privato la fiducia è in qualche modo preassolta, dal momento che l’identità di tutti i partecipanti è nota ed alla base del loro invito c’è la concessione del permesso a parteciparvi.

Le blockchain private costituiscono dunque un modello efficace per soddisfare le esigenze specifiche delle aziende ed in generale per qualsiasi contesto in cui la natura pubblica non risulti compatibile con le policy di gestione dei dati. La natura privata consente di bypassare una serie di processi che sono di fatto indispensabili per garantire l’imparzialità delle operazioni di una Blockchain pubblica e questo consente di base un’efficienza decisamente maggiore, a fronte di un’esigenza computazionale decisamente ridotta.

Una Blockchain privata può essere programmata in una singola azienda, oppure basarsi su un Consorzio, infrastrutture diffuse soprattutto nell’ambito della finanza, per raggruppare una serie di membri che condividono ad esempio i database relativi ad alcuni servizi o prodotti. Si tratta di una condizione intermedia tra il totale controllo di una Blockchain privata e la possibilità di sfruttare i vantaggi del network di natura pubblica.

Tra i Consorzi Blockchain più noti ritroviamo Hyperledger, sostenuto da IBM e Linux Foundation; EEA (Enterprise Ethereum Alliance), sostenuto da Ethereum e, tra gli altri, Microsoft e JPMorgan. Un caso particolare è costituito da Ripple, che pur non essendo un Consorzio ma una Blockchain pubblica, capace di autofinanziarsi grazie all’omonima criptovaluta (XRP), amministra di fatto una serie di Consorzi bancari che utilizzano il suo software aziendale.

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Bitcoin è quella che viene definita una Blockchain pubblica, cui chiunque può accedere, accettando in maniera incondizionata le regole del gioco, basate su un meccanismo di consenso distribuito.

Come funziona la Blockchain

La Blockchain presenta uno schema funzionale basato su un registro distribuito, un database che viene reso disponibile a tutti i nodi validatori presenti nella rete, consentendo così di decentralizzare il controllo rispetto ai classici modelli server/client, in cui la validazione avviene ad esclusiva discrezione di un nodo centrale, gerarchicamente più autorevole di tutti gli altri.

Come funziona esattamente questo modello peer-to-peer? Per comprenderne logiche e principi, analizziamo i componenti base di una Blockchain e come funziona un protocollo di validazione, prendendo spunto dall’esempio di Bitcoin.

Le componenti di una Blockchain

Una Blockchain pubblica è composta almeno da cinque elementi fondamentali:

  • Nodi: sono le macchine su cui è installato l’applicativo che consente di verificare lo stato dei registri, dei blocchi e delle transazioni in essi contenuti. La rete dei nodi è di natura peer-to-peer, pertanto chiunque può contribuire alla sua implementazione, godendo degli stessi diritti di tutti gli altri, mentre la gestione è demandata ad un applicativo open source che gestisce ogni aspetto del funzionamento della Blockchain
  • Transazione: è costituita dai dati relativi ad uno scambio di valuta, alla stipulazione / deposito di un contratto ed altri accordi, a prescindere alla loro valenza giuridica. Gli estremi della transazione vengono validati con strumenti crittografici ed archiviati nei blocchi
  • Blocco: contengono le transazioni validate e sono concatenati per via di un valore crittografico che lega un singolo blocco a quello successivo, formando appunto una catena di blocchi (Blockchain)
  • Ledger: registro pubblico che contiene i blocchi validati, il cui database è distribuito a tutti i nodi della Blockchain. Una volta inseriti ed approvati dalla maggioranza dei nodi, sulla base del consenso distribuito, i blocchi diventano immutabili a livello cronologico. Questo particolare consente di evitare il double spending, ossia la possibilità di transare lo stesso bene a più soggetti
  • Hash: è un’operazione basata sulla crittografia asimmetrica, che consente di codificare una stringa di testo/numeri in maniera irreversibile, in modo che qualsiasi nodo possa verificare la sua validità, senza poter leggere espressamente il contenuto della transazione. L’hash viene impiegato in vari momenti della costituzione della catena e restituisce un codice che rende di fatto univoco ogni elemento previsto. Tra i principali algoritmi crittografici utilizzati ritroviamo il SHA-256

A livello di funzionamento, dall’esordio di una transazione all’archiviazione di un blocco intervengono vari momenti, soggetti ad una validazione basata su elementi crittografici, non discrezionali. Questo consente di avere una condizione di imparzialità che non costringe i nodi a doversi fidare del reciproco operato. Se vi sono anomalie, la natura stessa degli elementi ne rivelerà immediatamente l’evidenza, invalidando i blocchi sospetti. Vediamo dunque come si formano la singola transazione e come entra a far parte di un blocco della catena.

La forma di transazione più ricorrente su una Blockchain è caratterizzata da un trasferimento di valuta digitale, come Bitcoin, tra due soggetti. La transazione è sostenuta da una crittografia a doppia chiave. Una chiave privata, che consente ai due soggetti di accedere e rendere disponibile il quantitativo di Bitcoin accordato per lo scambio, ed una chiave pubblica, che cifra il contenuto della transazione per consentire la validazione e il successivo inserimento dei blocchi attraverso una prova di lavoro o uno degli altri protocolli previsti di validazione previsti.

L’esigenza di una chiave privata rileva subito una differenza fondamentale rispetto ai sistemi centralizzati. Per capire il concetto possiamo citare i wallet digitali, ossia i portafogli che contengono le criptovalute. Queste applicazioni consentono di conservare ad esempio i nostri Bitcoin, ma comportano una grande responsabilità.

Nel caso in cui dovessimo perdere la password di accesso, non avremo alcun modo di recuperare i Bitcoin presenti nel wallet. È successo a molti che hanno acquistato o minato i Bitcoin molti anni fa, dimenticandosi nel frattempo di averli. Nuovamente attirati dall’incredibile aumento di valore acquisito, non hanno più ritrovato la password, ritrovandosi di fatto con un pugno di mosche. Ciò avviene perché non c’è nessun soggetto terzo fidato in grado di poterci garantire un recupero dei dati smarriti, piuttosto che annullare una transazione errata o gestire le operazioni che con il sistema bancario diamo quasi per scontate.

La grande libertà offerta dalla Blockchain ha dunque un prezzo da pagare importante, in quanto i servizi correlati si occupano di gestire il flusso delle transazioni, ma non possono nulla nel controllare il possesso delle risorse, la cui garanzia è data dal possesso della chiave privata per potervi accedere. Un’informazione esclusiva del proprietario di un determinato bene, responsabile della sua conservazione.

Una volta chiusa, per essere archiviata, una transazione va inserita in un blocco. Il proponente sottopone la propria transazione alla Blockchain di riferimento, pagando una commissione per il lavoro computazionale che i validatori devono effettuare durante la prova di lavoro. In Bitcoin viene emesso un nuovo blocco ogni dieci minuti, che contiene mediamente dalle 2000 alle 3000 transazioni. Nei periodi di picco, può capitare che vi siano molte transazioni da archiviare ed in tal caso il sistema procederà dando la precedenza a quelle con la commissione più alta, lasciando in attesa le altre.

Il blocco contiene chiunque l’elenco delle transazioni validate e un Hash identificativo, risultante dalla prova di lavoro necessaria per validarla, che viene riportato nell’header del blocco immediatamente successivo. Questo sistema, come accennato, contribuisce a generare una catena di blocchi molto difficile da corrompere.

Dal momento che l’Hash dipende strettamente, in maniera univoca ed irreversibile dal contenuto cifrato. Se io provassi a cambiare il contenuto di un blocco, l’Hash non sarebbe più verificato e questo farebbe saltare non soltanto il blocco in questione, ma tutti i blocchi concatenati in seguito.

La sicurezza della Blockchain viene garantita praticamente a tutti i livelli, dal sistema democratico che la regola, al codice open source dell’applicativo di gestione che mette in chiaro le regole del gioco, fino alla massiccia presenza di crittografia in ogni fase prevista, che rende assolutamente improbabile il successo delle manipolazioni. Per contro, i privati devono prestare molta attenzione nei confronti della conservazione dei loro dati di accesso.

I protocolli di validazione

Le varie Blockchain utilizzano differenti protocolli di validazione dei loro blocchi. Il più popolare, nonché quello utilizzato da Bitcoin è il cosiddetto proof-of-work (prova di lavoro) e consiste nella risoluzione di un problema matematico, ossia la generazione di un Hash caratterizzato da un determinato quantitativo di zeri iniziali, il cui numero può variare per consentire l’adattamento della difficoltà del problema. Ma perché è necessaria una prova di lavoro?

In un sistema decentralizzato non c’è un soggetto super partes, che gode dei privilegi esclusivi per poter dichiarare valida o meno un insieme di transazioni. Nel caso di Paypal ritroviamo un server centrale che le autorizza, nella Blockchain no, pertanto cosa impedirebbe ad un nodo di validare delle informazioni non coerenti, invalidando la catena? Nulla, se non ci fosse un processo deputato a rendere autorevole la validazione dei blocchi, nel pieno interesse di tutti gli attori che partecipano alla Blockchain stessa.

La prova di lavoro è calcolata dai cosiddetti miner, che, in competizione tra loro, devono risolvere nel più breve tempo possibile il problema e comunicare l’Hash ai nodi, che a loro volta procederanno con una ulteriore verifica prima di dare il consenso di maggioranza necessario per inserire definitivamente il blocco alla sequenza della catena. La ricompensa dei miner è stabilita in Bitcoin, che vengono creati esclusivamente in questo modo, autofinanziando il lavoro necessario al funzionamento della Blockchain.

Dato che il modello di emissione prevede una rarità incrementale, il quantitativo di Bitcoin rilasciato ai miner si dimezza ogni 210.000 blocchi, equivalente di circa quattro anni. Attualmente per ogni blocco è prevista una ricompensa di 6.25 Bitcoin, cifra che verrà dimezzata nel 2024 e così via, nel 2028, nel 2032 ecc. Negli early days era molto semplice minare Bitcoin: non occorrevano grandi risorse e i quantitativi ottenuti erano molto importanti.

Questo spiega perché molti che sono nel giro delle crypto fin dalle origini abbiano nel giro di pochi anni accumulato una considerevole, quanto insperata fortuna economica. Oggi minare Bitcoin è molto più impegnativo sia in termini di risorse computazionali che di ricompense ottenute, anche perché il sistema è in grado di autoregolamentare la difficoltà della generazione del Hash in modo da garantire sempre la validazione di un blocco di transazioni ogni dieci minuti.

Dei 21 milioni di Bitcoin previsti da Satoshi Nakamoto, oggi ne sono stati minati quasi 19 milioni, circa il 90% del totale. Il ritmo di emissione calerà drasticamente vicino ad avvicinarsi allo zero, ma il fatto che il Bitcoin sia estremamente frazionabile (fino a 8 cifre decimali) e il fatto che la sua domanda è in aumento dovrebbe appunto compensare la rarità con l’aumento di valore, evitando al tempo stesso il rischio di inflazione della moneta. L’idea è che un Bitcoin nel tempo acquisisca sempre più valore e per le stesse operazioni ci scambieremo quindi frazioni sempre più contenute del suo intero. 

Per istituire la prova di lavoro di Bitcoin, Satoshi Nakamoto ha preso spunto da Hashcash, il procedimento messo a punto da Adam Back per contrastare il fenomeno dello spam nelle mail e gli attacchi DOS (denial of service) che nella seconda metà degli anni ’90 era diventato uno dei principali problemi per la gestione della posta elettronica.

Il protocollo proof-of-work di Bitcoin non è particolarmente efficiente, abbiamo visto come occorrano ben dieci minuti per formare un blocco. Per questo motivo sono nati altri sistemi, quali evoluzioni del proof-of-work stesso, come nel caso di Ethereum (ETH), oppure sistemi del tutto differenti.

Tra gli altri protocolli di validazione previsti ritroviamo il proof-of-stake, che nasce per migliorare la scalabilità del proof-of-work, semplificando radicalmente il processo di mining, grazie alla selezione casuale del miner per ogni blocco. Il proof-of-stake (dPoS) viene utilizzato tra gli altri da Nano, EOS, Tron e Cardano.

Altri protocolli di validazione ricorrenti nelle Blockchain sono il FBA (Federated Byzantine Agreement), utilizzato da Stellar, e Ripple (RPCA) utilizzato dalla Blockchain omonima.

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La Blockchain presenta uno schema funzionale basato su un registro distribuito, un database che viene reso disponibile a tutti i nodi validatori presenti nella rete.

Distributed Ledger Technology – DLT, cosa sono e che relazione c’è con la Blockchain

In traduzione letterale, Distributed Ledger significa registro distribuito, gli eredi dei libri mastro in cui nei secoli si sono trascritte le varie operazioni contabili, documentando in maniera puntale le entrate e le uscite. Vediamo dunque cosa sono diventate le DLT (Distributed Ledger Technology) nell’era digitale e perché sono così frequentemente associate alla Blockchain, che sono a tutti gli effetti un caso particolare di DLT, condizionate da altre influenze tecnologiche.

DLT e Blockchain sono inoltre tecnologie abilitanti della Internet of Value (IoV) un concetto proposto da Ripple, che prevede di trasferire valore con modalità e semplicità operative tipiche del trasferimento dei dati nella Internet of Things (IoT).

Cosa sono le Distributed Ledger Technology – DLT

Le Distributed Ledger Tecnology (DLT) sono dei sistemi decentralizzati basati su un registro distribuito. Tutti i nodi della rete possiedono la stessa identica versione del registro. Possono leggerlo e modificarlo, ma affinché una nuova versione venga universalmente adottata deve essere sottoposta ad un consenso distribuito, che si ottiene quando almeno il 50% dei nodi della rete esprime parere favorevole.

I DLT consentono modifiche al registro regolate da algoritmi di consenso open source, di cui chiunque può verificare il funzionamento. Le validazioni avvengono solitamente mediante la risoluzione di problemi matematici, delle prove di lavoro utili a verificare e validare i contenuti delle transazioni attraverso tecniche di crittografia che richiedono un notevole calcolo computazionale.

I DLT si differenziano tra loro per via di alcune caratteristiche fondamentali, come la tipologia di rete, il meccanismo di consenso e la struttura del registro, ma le logiche strutturali che ne regolano il funzionamento sono sostanzialmente analoghe, dal momento che si basano sulla condivisione e sul mantenimento di un registro digitale.

Come funzionano I Distributed Ledger di tipo Blockchain

I DLT di tipo Blockchain si distinguono rispetto all’accezione generica per via della struttura del registro, che ha l’aspetto di una catena cronologica di blocchi uniti dalla crittografia, in cui sono contenute tutte le transazioni utili a descrivere il registro stesso. Sulla base del modello originale di Bitcoin, ciascuna Blockchain gestisce questi processi utilizzando metodi e tecniche differenti, da cui deriva una particolare inclinazione a garantire determinati servizi agli utenti. Grazie alla loro natura, le varie Blockchain possono quindi specializzarsi in determinate funzioni e questo spiega il loro continuo moltiplicarsi.

I sistemi Blockchain si distinguono inoltre per essere caratterizzati da asset (o token) come le cryptovalute e per la gestione di transazioni di natura semplice, come il trasferimento di moneta, o complessa, come la regolazione di contratti (smart contract). Una Blockchain può quindi essere programmata pe risolvere compiti differenti, con modalità differenti.

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I sistemi Blockchain si distinguono anche per essere caratterizzati da asset come le criptovalute e per la gestione di transazioni di natura semplice, come il trasferimento di moneta, o complessa, come la regolazione di contratti (smart contract).

Token e ICO, cosa sono e che relazione hanno con la Blockchain

Il pubblico più giovane probabilmente associa le cabine telefoniche al luogo dove Clark Kent esce come Superman, piuttosto che ad un pregevole elemento di arredo urbano rosso nello skyline londinese. I più anziani di noi ricorderanno piuttosto i tempi in cui all’interno di quelle cabine si utilizzavano i gettoni telefonici. Non esisteva la telefonia mobile, figuriamoci la blockchain, eppure i token erano già una realtà ampiamente utilizzata per creare un elemento di valore da utilizzare per acquistare un servizio.

Ogni gettone dava diritto ad un periodo di conversazione, scalato secondo le tariffe in vigore. Così come i buoni pasto, altro esempio di token “analogico”, equivalgono ad una determinata somma di denaro da spendere nei centri convenzionati. Come si è passati dal gettone classico alla criptovaluta?

Quali sono le principali tipologie di token definibili sulla blockchain? E a cosa servono? Proviamo una rapida panoramica, per orientarci in un range di possibilità davvero ampio e soprattutto in continua espansione.

Cosa sono e come funzionano i token Blockchain

Una definizione azzeccata ci è data dall’Osservatorio Blockchain del Politecnico di Milano, per cui “un token su blockchain consiste in un’informazione digitale, registrata su un registro distribuito, univocamente associata a uno e un solo specifico utente del sistema e rappresentativa di una qualche forma di diritto: la proprietà di un asset, l’accesso a un servizio, la ricezione di un pagamento, e così via“.

È evidente come, grazie al suo funzionamento, la blockchain consenta la creazione dei token in modo sicuro e senza intermediari. Abbiamo visto come nel caso delle criptovalute, queste siano autoregolamentate a prescindere dall’intervento di un organo regolatore centrale. Al tempo stesso la blockchain, con la definizione di una transizione, fissa una serie di regole che non possono essere modificate in relazione al token stesso, a cominciare da chi lo possiede.

Qualsiasi modifica è condizionata ad una nuova transazione. Non c’è modo di sfuggire a questa dinamica, una volta che lo schema generale di funzionamento di una blockchain viene reso operativo, grazie alle caratteristiche di trasparenza e tracciabilità che la condivisione sul registro distribuito è in grado di garantire.

Tuttavia, i token non sono solo bitcoin, ether o altre criptovalute. La blockchain consente di utilizzarli anche per altre circostanze, al punto di rendere opportuna la distinzione tra due macro categorie: i token fungibili e i token non fungibili.

Token fungibili: è il caso delle criptovalute, ma più in generale di qualsiasi valuta, digitale e non che per natura può essere scambiata con qualcosa di identico. Nel caso di una banconota, questa è caratterizzata da un valore, ma per effettuare un pagamento non è necessario utilizzare per forza una specifica banconota. Andrà bene qualsiasi banconota caratterizzata da quel valore. Rispetto alle valute tradizionali, regolate dalle banche centrali, le criptovalute sono regolate dalle rispettive blockchain. La tecnologia blockchain consente di creare anche altri token fungibili, come le stablecoin, le CBDC (Central Bank Digital Currency), le reputation token e, in generale, le monete programmabili.

Token non fungibili: è il caso di oggetti ed entità univoche, che non possono essere scambiate con qualcosa di identico. Nel contesto tradizionale potremmo identificare una proprietà immobiliare, un terreno, un’opera d’arte. Non è ovviamente possibile scambiarli con qualcosa di analogo, come nel caso delle valute, perché sono di fatto delle entità uniche. Possono tuttavia essere transate e nel caso della blockchain si è assistito ad una dinamica molto interessante, per quanto inedità, ossia quella di poter rendere unico, dunque dotato di valore, un asset digitale, che nella sua sostanza è riproducibile all’infinito, pur avendo caratteristiche univoche. Gli NFT (Not Fungible Token) agiscono come dei contratti che, grazie alla firma digitale, consentono di rendere uniche le opere d’arte digitale (crypto art) e i collezionabili. Nella sostanza l’opera continuerà ad essere riproducibile all’infinito, ma l’effettiva proprietà del bene apparterrà soltanto al titolare del rispettivo NFT. Questa nuova possibilità ha aperto nuovi orizzonti per tutti coloro che intendono valorizzare gli asset digitali in loro possesso, come artisti e brand di prodotto. Gli NFT vengono però utilizzati, con minor enfasi mediatica, anche in altri contesti, come la gestione dell’identità digitale, i progetti di tracciabilità, il voto elettronico e l’automazione della supply chain.

Cosa sono le Initial Coin Offer (ICO) e a cosa servono

Tra le altre cose, la definizione di un token consiste nel dare valore ad asset, prodotti e servizi digitali, ma questa operazione comporta dei costi, spesso e volentieri anche piuttosto elevati. Per finanziare iniziative e progetti legati alle blockchain, piuttosto che l’apertura di una nuova blockchain, è possibile ricorrere alle ICO (Initial Coin Offering).

ICO richiama un’analogia pressoché istantanea con IPO (Initial Public Offering), la cui utilità, da tempi ben più remoti, è quella di poter effettuare delle offerte pubbliche per nuovi strumenti finanziari. Il concetto è pertanto analogo, e le ICO si differenziano per offrire agli investitori nuovi token. L’idea di base, pur ottima e derivante da modelli assai collaudati nell’ambito della finanza tradizionale, si è ben presto scontrata con dei vuoti normativi e soprattutto sulla mancanza di un ente terzo fidato, che ha dato il via ad una serie interminabile di truffe, in gergo definite scam. Questo non vuol dire che le ICO in generale non funzionino.

Una blockchain fondamentale come Ethereum è nata da una ICO, che vedeva la garanzia di 2000 ether per ogni bitcoin offerto. Al tempo stesso moltissime ICO si sono rivelate delle truffe vecchio stile, con proponenti che, dopo aver incassato quanto offerto dagli investitori, sono semplicemente fuggiti con il malloppo. Impossibile, nella maggior parte dei casi perseguirli. Questo in nome di quella decentralizzazione e della mancanza di intermediari alla base di una blockchain di fatto fraudolenta.

Tra i metodi utilizzati dagli scammer troviamo i temibili schemi ponzi, le promesse di ritorni garantiti, quando le criptovalute non possono garantire un bel niente, partnership inventate, piuttosto che reputazioni farlocche, costruite con publiredazionali dai contenuti inventati. Un’altra esca frequente è l’indebito e non autorizzato sfruttamento dell’immagine di influencer che, nella sua fattispecie genuina, sarebbe estremamente affidabile. Una vicenda simile ha ad esempio coinvolto Vitalik Buterin, il fondatore di Ethereum, progetto appunto partito da una ICO seria.

Dopo una fase di fisiologico smarrimento, le ICO si sono evolute con nuovi strumenti, in grado di garantire maggiormente gli investitori, come le STO (Security Token Offering) e i RATE (Real Agreement of Tokens and Equity). Esistono inoltre delle aziende, come le principali società di consulenza, che supportano le nuove ICO, garantendo sia in servizi che in reputazione, ovviamente avvalendosi delle tecnologie della blockchain. La neutralità di una blockchain pubblica è infatti una garanzia quando questa è da considerarsi matura.

Le fasi della sua formazione però si basano ancora su un processo basato essenzialmente sulla fiducia, per cui è normale che un soggetto terzo autorevole possa essere coinvolto come garante, pur senza centralizzare in alcun modo il servizio che si intende offrire sul mercato.

blockchain e ICO
È possibile ricorrere alle ICO – Initial Coin Offering, per finanziare iniziative e progetti legati alle blockchain, piuttosto che per l’apertura di una nuova blockchain.

Smart Contract e Blockchain, cosa sono e a cosa servono

Per quanto riguarda gli smart contract, abbiamo finalmente una definizione legale, che deriva dal D.L. n. 135/2018, altrimenti noto come decreto legge semplificazioni. Si tratta di una definizione molto differente nella sua impostazione, rispetto a quelle viste in precedenza, ma è interessante capire come ha ragionato il legislatore nei confronti della tecnologia.

Secondo il D.L. 135/2018, uno smart contract è un programma per elaboratore (software, NdR), operante su tecnologie basate su registri distribuiti, la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse. Tra le altre condizioni espresse dal D.L. 135/2018, uno smart contract soddisfa il requisito della forma scritta previa identificazione informatica delle parti interessate, secondo le modalità previste dall’AGID (Agenzia per l’Italia Digitale).

In quanto contratti informatici, gli smart contract possono essere programmati per eseguire automaticamente certe operazioni al verificarsi di determinate condizioni, prefissate da coloro che l’hanno sottoscritto. Questo consente di sfruttare le proprietà caratteristiche della blockchain per definire e formalizzare accordi immutabili, dall’esecuzione certa, senza intermediari e trasparenti ad ogni verifica di obbligazione contrattuale.

Gli smart contract caratterizzano uno strumento preziosissimo per tracciare e regolare moltissimi accordi ed operazioni, ma presentano tuttora dei limiti nella loro applicabilità, vuoi per la gioventù delle tecnologie che regolano la blockchain, piuttosto che per l’oggettiva difficoltà di informatizzare condizioni contrattuali molto complesse ed articolate, come nel caso degli accordi di natura finanziaria.

Un ulteriore limite è dato dalla rispondenza legale e normativa. Il fatto di poter tokenizzare qualsiasi cosa, non significa automaticamente che ciò sia legale. E questo vale soprattutto per i beni fisici che si intende transare con uno smart contract. Se ci accordassimo con un’altra persona per trasferire una proprietà immobiliare, lo smart contract che andremmo a definire avrebbe valore quale scrittura privata, ma nessun valore dal punto di vista legale. Potremmo giusto usarlo come compromesso, dal momento che un trasferimento di proprietà, secondo la normativa italiana, va necessariamente regolamentato da un atto notarile e dalla relativa trascrizione su un apposito registro.

Se vi fosse un sistema predisposto per utilizzare un registro distribuito, il notaio potrebbe usare la blockchain come strumento per registrare l’atto, ma la blockchain non può sostituirsi al notaio, che è a tutti gli effetti il garante previsto dalla legge. Esempi come questi ne potremmo citare moltissimi, ma in generale è sufficiente considerare che la tokenizzazione è una condizione utile, ma non sufficiente.

Anziché l’accordo sia, oltre che valido, anche legale devono verificarsi i disposti normativi di ogni nazione interessata. Se queste vengono rispettati, la tokenizzazione diventa dunque una modalità operativa in grado di offrire allo smart contract siglato di sfruttare gli esclusivi vantaggi della blockchain.

Un elemento di difficoltà è inoltre dato dalla giurisdizione dei contratti relativi alla blockchain. In caso di lite tra le parti, quale tribunale risulta territorialmente competente? Anche se è possibile definire un luogo fisico equivalente, in cui si presume sia stato siglato l’accordo alla base dello smart contract, la blockchain è delocalizzata nella rete, per cui potrebbero facilmente insorgere delle contestazioni, soprattutto quando si parla di contratti a livello internazionale, che possono potenzialmente coinvolgere organismi giudiziari regolati in modo del tutto differente tra loro.

Si tratta di una tematica tutt’altro che inedita nell’ambito delle controversie su temi legali alle tecnologie digitali, che vengono rese ancor più critiche dalla natura distribuita della blockchain. Quando si intende pertanto avvalersi della blockchain per registrare un contratto, è opportuno accertarsi che le condizioni previste non generino già in partenza alcune condizioni problematiche. Nel caso di accordi rilevanti è pertanto consigliabile avvalersi della consulenza di un legale esperto nella disciplina dei contratti digitali.

Applicazioni ed esempi di utilizzo della Blockchain

Dopo tanta teoria, tante definizioni e tanti concetti, eccoci finalmente arrivati ad una rassegna di applicazioni della blockchain, per capire come e dove questa tecnologia emergente sia oggi protagonista e dove la vedremo conquistarsi uno spazio sempre più rilevante negli anni che ci attendono.

La lista che segue costituisce soltanto una parte delle possibili applicazioni, ed è stata selezionata per mettere in evidenza anche quegli ambiti in cui l’utilizzo di una blockchain potrebbe variare radicalmente lo scenario attuale, pur in assenza di casi studio al momento rilevanti.

La Blockchain nelle banche e prodotti finanziari

I servizi finanziari costituiscono con ogni probabilità il settore più avanzato in termini di esplorazione della blockchain, con iniziative capaci di convogliare l’attività di molti soggetti di rilievo, uniti in consorzio (R3, Hyperledger, ecc.). Non mancano inoltre numerose startup che operano nell’ambito della blockchain per sviluppare prodotti e servizi in ambito finanziario, così come sono state intraprese da parte dei grandi gruppi bancari una serie di partnership strategiche, oltre all’avvio di progetti interni.

Il grande fermento attorno alla blockchain è giustificato se si considera come le tecnologie DLT siano applicabili ad un ampio range di attività, che vanno dalla gestione del rischio degli investimenti, al trasferimento di titoli, oltre al supporto alle operazioni e ai pagamenti digitali, con la possibilità di integrare nuovi servizi a quelli presenti in catalogo.

Nel caso dei pagamenti è ad esempio possibile utilizzare la tecnologia peer-to-peer per trasferire fondi tra differenti banche, abilitando nuove opzioni per quanto concerne i modi di compensazione e liquidazione di beni, titoli e derivati. In questo contesto, la blockchain consente transazioni automatizzate e molto più sicure, semplificando radicalmente la gestione dei ticket e il conseguente rischio di diffusione di titoli contraffatti. L’emissione di un titolo su blockchain consente di gestire in maniera molto più agile tutto il ciclo di vita del titolo nelle varie operazioni previste: distribuzione dei dividendi, diritti di voto, ecc.

La Blockchain nel mercato delle assicurazioni

La tecnologia blockchain abilita una vasta serie di opzioni, ad esempio per la gestione decentralizzata di una polizza istantanea, capace di abbattere in maniera sensibile sia la complessità che i costi di attivazione e gestione, eliminando inoltre l’esigenza di intermediazione. Grazie alla blockchain le assicurazioni possono automatizzare moltissime operazioni: il calcolo dei premi, il sistema delle perizie e delle liquidazioni dei sinistri, ottenendo e garantendo all’assicurato la massima trasparenza in ogni fase.

La Blockchain nel settore AgriFood

La filiera alimentare è con ogni probabilità la più complessa in assoluto, in quanto il numero di attori e prodotti coinvolti è estremamente elevato, così come il numero di relazioni che si strutturano attraverso le fasi di vita del prodotto, dalla sua coltivazione/allevamento fino al consumo in tavola. Tenere traccia di miliardi di asset è un’impresa titanica, che la blockchain sta iniziando ad alleggerire e a rendere molto più efficiente, soprattutto in termini di sicurezza e trasparenza per tutti gli stakeholder.

La Blockchain per l’Industria 4.0

Nell’ambito generico dell’Industria 4.0, la blockchain rientra nelle applicazioni di varie tecnologie abilitanti, a partire ovviamente dalla sicurezza informatica. Il suo impiego risulta decisamente trasversale e va dalla gestione della catena di approvvigionamento, regolando i contratti con i fornitori e tracciando le merci, abilitando contestualmente nuove strategie per il controllo qualità.

La blockchain rientra nell’ambito delle dinamiche di trasformazione digitale e trasferimento tecnologico che le aziende, soprattutto quelle del settore manifatturiero, stanno affrontando, contribuendo ad innovare i processi grazie a sistemi autocontrollati e autonomi, in grado di ottimizzare i tempi, i costi e la qualità delle operazioni di fabbrica.

La Blockchain nella sanità

La naturale inclinazione ad ottimizzare i servizi fa della blockchain uno strumento molto interessante per la sanità. È il caso del pagamento diretto dei servizi, che possono essere automatizzati e personalizzati per ciascun utente iscritto al sistema, snellendo inoltre le necessarie procedure di autenticazione alle piattaforme dedicate. Un altro ambito molto interessante risiede nella certificazione della proprietà delle cartelle cliniche, con identificativo univoco, gestita come una transazione immutabile.

Grazie alla blockchain i medici possono certificare direttamente le comunicazioni tra i vari dispositivi IoT con cui sono chiamati ad interagire, rendendo assolutamente trasparente qualsiasi procedura diagnostica, che risulta non modificabile nella sua cronologia. Ciò riduce ad esempio il rischio di manipolazione delle cartelle cliniche, qualora fossero registrate attraverso una DLT.

Le proprietà di tracciamento si applicano alla complessa ed onerosa catena di approvvigionamento di farmaci e forniture ospedaliere, dove troppo spesso si assiste a speculazioni inopportune, che grazie alla blockchain sarebbero facilmente monitorabili dalle autorità preposte, senza dover avviare lunghi e faticosi percorsi di indagine.

blockchain e sanità
La naturale inclinazione a ottimizzare i servizi, fa della blockchain uno strumento interessante in ambito sanitario, ad esempio nella certificazione della proprietà delle cartelle cliniche, con identificativo univoco, gestita come una transazione immutabile.

La Blockchain nell’Industria farmaceutica

Nel caso del farmaco, la blockchain contribuisce in maniera decisiva per quanto concerne la catena di approvvigionamento, soprattutto per evitare il fenomeno della contraffazione e delle frodi, altrimenti molto complesse da identificare, dato che, senza un identificativo univoco, risulta estremamente difficile riconoscere un farmaco genuino da uno non originale.

La Blockchain nella Pubblica Amministrazione

L’introduzione della blockchain nelle procedure della PA rappresenta uno degli ambiti applicativi più interessanti in termini di portata, in quanto, una volta che le applicazioni pionieristiche sapranno diffondersi, produrranno una vera rivoluzione nella qualità dei servizi offerti al cittadino. Lo scenario non è di semplice attuazione e ci sono delle barriere che potremmo definire generazionali in termini di cultura digitale, non soltanto da parte delle istituzioni, ma soprattutto da parte degli utenti finali, i cittadini.

La blockchain potrebbe anche in questo caso rendere efficienti e trasparenti i servizi. Se per richiedere un atto attualmente occorre sottoporsi a mortificanti procedure di relazione con gli uffici, grazie alla blockchain sarebbe possibile autenticare l’accesso e la richiesta dei dati utili, ottenendo un responso praticamente in tempo reale.

Oltre a ridurre il numero delle risorse umane necessarie all’erogazione di molti servizi, la blockchain consentirebbe inoltre un enorme fattore motivazionale per i dipendenti pubblici, che vedrebbero tracciati in maniera trasparente i risultati del loro lavoro, anche in funzione del raggiungimento degli obiettivi di rendimento annui, che nella loro concezione tradizionale sono difficili da monitorare e valutare.

La Blockchain nella logistica

La logistica costituisce uno degli ambiti privilegiati per la digitalizzazione dei processi. Grazie alla blockchain è possibile tracciare in maniera univoca le merci durante il trasporto e lo stoccaggio in magazzino, riducendo drasticamente la possibilità di errore sullo stato degli inventari.

La Blockchain nella GDO

Come nel caso della logistica, i sistemi della grande distribuzione organizzata possono avvalersi della blockchain per gestire in maniera più sicura ed efficiente tutta la catena di approvvigionamento. Si tratta di un particolare molto interessante, se si considera che tale tecnologia può essere facilmente combinata con altri servizi, come quello dell’analisi dei dati sulla base dell’intelligenza artificiale, che consente di ottimizzare i processi di ordine grazie alle simulazioni predittive.

La Blockchain nell’energia

Gli smart contract stanno contribuendo in maniera significativa all’innovazione della distribuzione dell’energia, abilitando nuovi processi di scambio a cominciare da quelli tra gli stessi distributori, che possono avvenire in modalità peer-to-peer. Gli smart contract abilitano inoltre i sistemi di ricarica dei veicoli elettrici, grazie alle soluzioni di micropagamento, oltre ad eliminare i processi di intermediazione tradizionalmente necessari per attivare e gestire i contratti di fornitura di energia.

Un ulteriore contributo della blockchain nel settore energetico è riscontrabile nell’ambito della sicurezza, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle reti elettriche distribuite, che sarebbero altrimenti facilmente hackerabili dai malintenzionati. La disposizione di un registro eventi distribuito ovvia infatti alla possibilità di una manipolazione, rendendo evidente qualsiasi tentativo di attacco alla rete.

blockchain ed energia
Gli smart contract stanno contribuendo in maniera significativa all’innovazione della distribuzione dell’energia, abilitando nuovi processi di scambio, a cominciare da quelli tra gli stessi distributori, che possono avvenire in modalità peer-to-peer.

La Blockchain nelle telecomunicazioni

Soprende come i principali gestori Telco non abbiano ancora introdotto massivamente le tecnologie della blockchain all’interno dei loro processi, dal momento che appaiono tagliate letteralmente su misura per le loro esigenze, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza delle comunicazioni, grazie ai protocolli che la blockchain è capace di abilitare.

Tra le applicazioni in ambito Telco ritroviamo ad esempio la possibilità di comunicazioni IoT certificate, sicure a tracciate, anche in presenza di enormi quantità di dati. Allo stesso, modo, si rende possibile l’archiviazione decentralizzata, con sistemi di storage peer-to-peer che rendono di fatto inutile l’eventuale attacco ad un sistema centralizzato in cloud o peggio ancora in locale.

La blockchain consente infatti di “spezzare” i dati e distribuirli in vari punti della rete, consentendo al legittimo proprietario, e soltanto a lui, di poterli ricomporre ed utilizzare. La decentralizzazione costituisce inoltre una qualità intrinseca nell’ambito della sicurezza di rete, non soltanto per ammodernare le infrastrutture tradizionali, ma anche per soluzioni più innovative, come le SDN (Software Defined Network).

In ambito new business, la blockchain stessa consente agli operatori di offrire nuovi servizi in qualità di provider, ad esempio le soluzioni cloud blockchain-as-a-service, oltre ad una ampia gamma di servizi mobile.

La Blockchain nelle certificazioni dei documenti e dei titoli

La neutralità della blockchain consente di certificare in maniera assolutamente certa qualsiasi documento, grazie al contrassegno di una marca temporale. Ciò offre la possibilità di autenticare e rendere molto più semplici le procedure di verifica, senza la necessità di doversi fidare di un’autocertificazione.

Si pensi al controllo dei titoli durante una procedura concorsuale, dove un candidato potrebbe dichiarare il falso o fornire copie contraffatte. Verificarne la veridicità sarebbe oltremodo labioroso e complesso, mentre se un titolo di studio fosse rilasciato su un registro distribuito sin dal momento della sua acquisizione, il problema non si porrebbe nemmeno.

La Blockchain nel sistema elettorale

La gestione della procedura di voto attraverso uno smart contract rende molto più agevole un sistema altrimenti molto complesso da normare e monitorare, soprattutto per evitare il fenomeno del doppio voto, che la blockchain potrebbe gestire in maniera analoga rispetto a quanto avviene nelle transazioni finanziarie per il fenomeno del double spending.

La Blockchain per i notai

I notaio trascrivono abitualmente i loro atti su appositi registri pubblici, dei libri mastro che consentono a chiunque di poter verificare ad esempio l’effettivo possesso di un bene immobile, attraverso la descrizione dei contenuti catastali presenti nella trascrizione. Il sistema tradizionale funziona, ma è costoso, lento ed inefficiente, obbligando oltretutto ad una costante intermediazione.

Se le conservatorie dei registri immobiliari si organizzassero sui registri digitali e distribuiti delle blockchain, i notai potrebbero effettuare le loro operazioni in maniera assolutamente rapida e trasparente, oltre a consentire, si spera, condizioni di servizio più economiche ai loro clienti.

La Blockchain nella proprietà industriale

Il registro distribuito della blockchain costituisce uno strumento ideale per il deposito dei brevetti, anche in virtù delle dinamiche legate alla loro conservazione. La gestione delle banche dati risulterebbe molto più agile, sicura e trasparente, riducendo in buona parte il contributo delle intermediazioni necessarie per poter effettuare questo genere di operazioni.

La Blockchain nel retail

La vendita al dettaglio è attualmente interessata da una radicale trasformazione del modello di vendita e servizi, nell’orbita di una strategia omnichannel verso cui si stanno allineando tutti i brand di prodotto. La blockchain, al di là di rendere più sicura ed efficiente la catena di approvvigionamento delle merci, consente soprattutto di migliorare i servizi per il cliente, incrementando la sua fidelizzazione attraverso programmi personalizzati, che mirano a premiare ed incentivare i consumi.

È inoltre possibile utilizzare le tecnologie della blockchain in maniera creativa, ad esempio con lo storytelling legato alle procedure a filiera corta, testimoniando in maniera tangibile la storia che c’è dietro la produzione di un bene, a fine di dare enfasi ai valori delle sue oggettive qualità.

La blockchain può inoltre sostenere i certificati di autenticità, ai fini di tracciare ed escludere dal mercato eventuale merce rubata. Questo soprattutto nel caso in cui i malintenzionati dirottino verso i mercati di altre nazioni i prodotti illegalmente ottenuti. Una condizione che renderebbe piuttosto difficile qualsiasi procedura di controllo, una volta superata la dogana. Si tratta in sostanza di rendere univoco il prodotto per via di un codice registrato nella blockchain.

blockchain e retail
La blockchain, al di là di rendere più sicura ed efficiente la catena di approvvigionamento delle merci, consente soprattutto di migliorare i servizi per il cliente, incrementando la sua fidelizzazione attraverso programmi personalizzati, che mirano a premiare ed incentivare i consumi.

La Blockchain nel gaming

Le tecnologie blockchain consentono di abilitare strategie nell’ambito del gaming, grazie all’eventuale possibilità di acquisire pagamenti e ricompensare in criptovaluta o attraverso Paypal i giocatori iscritti, per via del tempo trascorso o dei punteggi raggiunti. Esistono vari progetti, attivi soprattutto sulle blockchain pubbliche EOS, Tron ed Ethereum.

I giochi sono infatti un esempio rilevante di applicazioni distribuite (dApp), riscontrabili a partire dalla seconda generazione di blockchain. Tra i giochi su blockchain più diffusi rileviamo Splinterlands (su blockchain HIVE), Crypto Dinasty (EOS), Upland (EOS), Prospector (WAX), IOI-game (Tron) e Chain Clash (ETH).

La Blockchain nell’arte

Gli NFT stanno letteralmente rivoluzionando il mercato dell’arte. La possibilità di rendere un’univoca un’opera digitale ha contribuito a dare valore a beni che altrimenti, per la loro naturale riproducibilità, ne saprebbero stati del tutto privi.

Questo fenomeno ha fatto si che molti artisti abbiano iniziato a tokenizzare le loro opere digitali su apposite piattaforme (SuperRare, Rarible, Foundation, ecc.) che ne regolano il mercato, riconoscendo al creatore una royalty per ogni transazione successiva. Un’antologia di opere dell’artista digitale Beeple è stata di recente battuta all’asta da Christie’s per una cifra vicina ai 70 milioni di dollari, corrisposti interamente in criptovaluta.

La Blockchain nel collezionismo

In maniera piuttosto analoga a quanto avviene nel mercato dell’arte, assistiamo ad una grande diffusioni degli NFT nell’ambito dei collezionabili. Il caso più celebre è probabilmente costituito da Cryptopunks, una raccolta di immagini in pixel art che vengono continuamente rivendute tra i criptocollezionisti, che arrivano a pagarle ormai diverse milioni di dollari.

Non male, se si considera che si tratta di una collezione “limitata” di ben diecimila avatar. Se Cryptopunks è un prodotto di frontiera tra l’arte e il collezionabile, gli NFT hanno tuttavia abilitato ai brand la possibilità di vendere delle versioni digitali di alcuni loro prodotti, creando dei mercati del tutto inediti. È il caso di Gucci, che ha rilasciato sotto forma di NFT delle sneaker virtuali, al prezzo di soli 12,99 euro, in netta controtendenza con il valore dei suoi prodotti tradizionali.

La Blockchain nelle iniziative di beneficenza

La fiducia è una componente fondamentale delle iniziative di beneficenza. Spesso sentiamo notizie di soldi donati e mai giunti realmente a destinazione, anche nel contesto di iniziative teoricamente autorevoli, come le donazioni in occasione a sostegno delle vittime delle calamità naturali, promosse addirittura dalle reti televisive nazionali.

La blockchain elimina potenzialmente l’esigenza di doversi fidare per cui sarebbe possibile tracciare i soldi donati e verificare che le successive transazioni li portino verso una destinazione efficace. In maniera ancora più trasparente, l’ente benefico potrebbe prevedere uno smart contract in grado di autoregolarsi, erogando effettivamente la somma donata soltanto al verificarsi di determinate condizioni, note a priori, per offrire totale garanzia e trasparenza al soggetto benefattore.

La Blockchain nello sport

Ambito per così dire sperimentale, lo sport ha visto l’utilizzo della blockchain per singolari iniziative di crowfunding di un atleta promettente, ai fini di supportarne l’avvio della carriera, ottenendo naturalmente degli interessanti reward nel caso in cui abbia successo, gestiti automaticamente grazie agli smart contract.

Concettualmente nulla di particolarmente innovativo, se proiettato in altri ambiti. Se mai, la dimostrazione della creatività che le tecnologie della blockchain abilitano nei contesti più disparati.

La Blockchain nel mercato delle armi

La possibilità di identificare in maniera univoca un asset potrebbe contribuire in larga misura a limitare il commercio illegale di armi, consentendo di verificare in maniera molto più semplice ed immediata le contraffazioni introdotte sul mercato. La sicurezza della blockchain avrebbe dunque una ricaduta diretta sulla sicurezza derivante dalle possibili limitazioni alle attività criminali.

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Francesco La Trofa
Da vent’anni attivo nella ricerca relativa alle tecnologie 3D, divulgatore sul tema delle applicazioni enterprise di tali tecnologie e autore di “VR Developer. Il creatore di contenuti in realtà virtuale ed aumentata” (2018), edito da Franco Angeli (vrdeveloper.info). Scrive di IT anche per il portale https://www.sergentelorusso.it/
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